Ma Tripoli dov’è ? Il Foglio, 4 giugno
Che serata, ieri sera. Era annunciata da un cartello, nella hall dell’albergo, che invitava la stampa internazionale – “che segue l’aggressione” – a un dinner culturale. Ogni scusa è buona per uscire, così il pullman governativo si è riempito della ventina di giornalisti stranieri presenti, accompagnati da uno stuolo di funzionari. Siamo scesi davanti a una delle tante sale da matrimonio, dove abitualmente si ritrovano, il giorno delle nozze, le sole donne, unici maschi presenti i musicanti, e unico maschio tollerato lo sposo, che alla fine della festa entra, preleva la sposa e viene accompagnato all’esterno da un corteo festante. La sala era grande, e i sedili bianchi addobbati con un velo di organza viola, trattenuto da un fiocco: sembrava di sedere su un bomboniera. All’ingresso l’organizzatore, uno specie di show man della televisione libica, faceva gli onori di casa, e la serata ha avuto inizio con un lungo pezzo di bravura musicale di un quartetto – flauto, tamburo, tamburello e piatti – che ha scatenato nell’autista del pullman la voglia di ballare. Discorso breve e, nella vastità della sala, incomprensibile. Dal tavolo d’onore annuiva la personalità più importante tra i presenti, l’ambasciatore venezuelano, un distinto signore di origini sirolibanesi. E’ stata una cena veloce, insalata con cetrioli – l’Europa è lontana e qui c’è altro da cui guardarsi – cous cous di cammello e frutta. Niente alcol. E ritorno in albergo, il tempo di verificare che la notte aumentano i posti di blocco, ma ci sono botteghe aperte sino a tardi, e le strade non sono deserte.
La mattina ero andato in un centro commerciale, in zona middle class, C’era di tutto, non mancava niente, e i prezzi sono aumentati, ma non di molto. Le uniche conseguenze della guerra sono la penuria di benzina – non di diesel, ma qui nessuno badava al risparmio – e il logorio dei nervi per il ronzio incessante degli aerei. Ma tutti sanno bene che è una guerra di nervi con Gheddafi, inseguito dai missili come Willy Il Coyote. Il numero delle vittime civili, sbandierato dal portavoce del governo, include anche i volontari andati al fronte, che erano in armi ma restavano dei civili, non professionisti. E, puntuali, nella notte altre esplosioni, ravvicinate e vicine. Molto probabilmente, su Bab Al Aziziya. Ma non tutti gli spari sono di sfida e giubilo, la notte. Ho saputo di una piccola manifestazione nel quartiere di Suk al Juma, l’altra notte. Qualcosa che noi chiameremmo una flash mob. Uno dei manifestanti è stato ucciso, e i parenti hanno voluto e imposto fosse sepolto avvolto nella bandiera della Libia ribelle. Detto senza sindrome di Stoccolma: di giorno il regime sembra ancora solido, e conta su una base politica, tribale e sociale evidente. Ma le notti, che notti.
June 4, 2011 1 Comment
Ma Tripoli dov’ è ? Il Foglio, 3 giugno
Sei forti esplosioni nella notte, e il fumo si è andato a confondere con nuvole basse che salivano veloci dal mare. Ieri ci hanno portato a vedere la casa di Seif El Arab, il figlio ultimogenito di Gheddafi. Ucciso – anche se molti hanno sollevato dei dubbi sull’autenticità della storia- alla fine di aprile, in un’incursione aerea. Vista da vicino, più che una villa sembra un bunker, e le mura di cemento spesso lasciano penzolare nel vuoto fasci di tondini di ferro. Pochi oggetti ricordano che è stata una casa: un orologio fermo all’ora del bombardamento, un telefono, una radio. Il resto è macerie, tranne nei locali della cucina e negli alloggi degli inservienti, in costruzioni separate. Ma la prima cosa che colpisce è la severità disadorna del luogo, anche se i Gheddafi hanno sempre evitato, in patria, le ostentazioni del lusso. Seif al Arab, 29 anni, era il meno conosciuto dei rampolli del raìs. Non aveva alcun ruolo in Libia, e si era fatto conoscere solo per il rumoroso soggiorno di studio in Germania, multato più volte per eccessi alla guida delle sue Ferrari, accompagnati da risse. Più che ai libri, si era dedicato alle feste. L’aneddotica locale vuole che il padre gli avesse affidato dei compiti militari, allo scoppio delle rivolte, ma la realtà è che nessuno, qui, sa che faccia avesse. E nessuno, tra i libici comuni, sapeva che vivesse in questo quartiere, Gargur, riservato alla nomenclatura, e in questa villa. E dunque: perché l’hanno colpito, e come hanno individuato l’obbiettivo ? Non resta che pensare che forse il padre usasse la casa come uno dei suoi rifugi, e che l’informazione venisse dalla sua cerchia ristretta. Certo non era un target legato in modo così stretto alla difesa dei civili. Poi ci hanno portato a Bab Al Azizija, il Luogo. Cioè il quartier generale e la residenza ufficiale di Gheddafi, e sicuramente il posto in cui ha tenuto alcuni discorsi all’inizio della crisi (ad esempio quello trasformato nel rap Zenga Zenga da un israeliano diventato per questo famoso, lo trovate su You Tube). Entrare a Bab Al Azizija ( cioè, alla lettera, la Porta che conduce al villaggio di Azizija, chiamato così perché fondato da un pascià turco di nome Aziz) vuol dire attraversare cinque o sei cerchia di mura e controlli, e una piccola folla di mililitanti che hanno trasformato una parte del complesso in un happening permanente, a mo’ di scudi umani. Ci sono donne e bambini – molti hanno l’aspetto di immigrati sub sahariani – e tende, e grigliate, e giostre per i più piccoli, e molti soldati. Per arrivare, in una zona deserta e silenziosa, dove hanno colpito le ultime bombe – una sola sembra essere finita in un prato, le altre hanno centrato in modo devastante gli obbiettivi – si passa accanto al monumento con il pugno sinistro che spezza un jet americano. Se aveste detto al buonanima Ronald Reagan, quel 15 aprile 1986, che venticinque anni dopo la cosa si sarebbe ripetuta, sotto un altro presidente americano, stavolta nero e democratico, vi avrebbe preso per pazzi. Gheddafi, il duellante infinito, può temere la determinazione a continuare per altri 90 giorni le incursioni ? Forse deve guardarsi da altro.
June 3, 2011 No Comments
Ma Tripoli dov’è ? da Il Foglio, 2 giugno
Business as usual. Una serie di esplosioni a rompere la pigrizia del dopocena, in albergo. La corsa sul tetto, tra cameraman affardellati di elmetti e giubbotti antiproiettile. Non si vede molto, per via degli eucalipti che oscurano la skyline della capitale. Un’ora dopo il piccolo corteo militante – una cinquantina di persone- che spara al cielo, danza, e urla fedeltà e resistenza. Prima, Moussa Ibrahim, giovane e brillante portavoce del governo (assomiglia, scuro però, ad un Antonio Conte prima dell’infoltimento tricologico) aveva garantito che con Zuma non si era parlato di exit strategy personale per Gheddafi, ma di una soluzione africana alla crisi: un processo politico in cui nessuno sia escluso, una settimana di cessate il fuoco con osservatori africani ed europei, due di aiuti umanitari, e poi tutti attorno al tavolo. E aveva fornito il suo numero delle vittime civili della Nato (718, in due mesi e mezzo), non quelle militari. Ma, anche se da oggi arrivano gli elicotteri, la Nato non può strafare, se vuole conquistare cuori e menti: la sensazione è che i bombardamenti siano molto più accurati che in Serbia, e che la durezza sia nella continuità della pressione, non nella sua intensità. Il tempo, sì, lavora per Gheddafi. O la Nato fa presto a convincere con le buone e le cattive l’apparato fedele che senza il raìs si possano salvare cavoli del regime e capra dell’est ribelle e petrolifero, o – qui ha ragione Moussa, accolto alla fine della conferenza stampa dalla moglie tedesca e dalla piccola figlia, che ha sollevato in braccio – la guerra è senza fine, e la fine lunga ed eterodiretta di Gheddafi diventa guerra civile totale. Intanto, molta irritazione per visita Frattini a Bengasi, e finanziamenti di Unicredit, dove i fondi libici congelati sgocciolano dalla parte nemica. E la benzina, dov’è ? Il massimo che si può ottenere, dopo giorni in coda, è 5 dinari di rifornimento razionato, 36 litri. O, al mercato nero, la stessa quantità per cento dinari. Le biciclette cinesi sono salite da cento dinari a trecento. Per strada, gentili e curiosi, i ragazzi vestono le magliette delle squadre di calcio italiane, ma più di tutte il Barcellona, e tolta Bab al Azizja, l’unico segno di guerra sono le strisce nere di fumo sul ministero di giustizia, che era diretto da Abdul Jalil, ora a Bengasi. PS Naturalmente sappiamo tutti benissimo dove sia Tripoli. Meno dove vada. “Ma Tripoli dov’è “ è il refrain di Tripoli 69, cantata da Patty Pravo su parole di Paolo Conte, l’altro Conte.
June 2, 2011 1 Comment
Ma Tripoli dov’è ? Il Foglio, 1 giugno
Forse è la distanza dall’albergo – dieci chilometri – o forse il sonno pesante, ma non ho sentito le due esplosioni che la notte scorsa, poco prima dell’una, hanno riportato Tripoli alla normalità. Jacob Zuma, il leader sudafricano che è venuto qui lunedì, accompagnato da una scorta più numerosa delle sue mogli, era ripartito senza grosse novità. La televisione libica aveva mostrato le immagini del suo arrivo all’aeroporto, spolverato per l’occasione, dato che è deserto dal giorno dell’imposizione della no fly zone, e del suo incontro, in un luogo imprecisato, con un Gheddafi che non appariva in pubblico dall’11 maggio. Nel pomeriggio, altre incursioni avevano colpito Zlitan, ma Tripoli, grazie alla presenza di Zuma, era stata la città più sicura al mondo. Quanto al sonno, era quello che segue un viaggio breve e lungo. Perché da Zarzis, in Tunisia, a Tripoli, i chilometri sono meno di trecento, ma sembrano molti di più. E il viaggiatore ha la sensazione di andare controcorrente. Perché pochi veicoli ti sfiorano mentre percorri a piedi la terra di nessuno, mentre nell’altro senso è una coda enorme di camion vuoti e di automobili che in genere hanno al loro interno solo il conducente: nessuna fuga, solo il pieno di benzina dall’altra parte. I funzionari della frontiera libica sono discreti e cortesi, una volta verificato il visto. Ma una volta che hai consegnato il tuo passaporto, lo rivedrai solo in albergo, a Tripoli. Attendi il bus che tre volte la settimana fa la spola con il confine in un caffè dove chi aspetta in coda si affaccia a comprare acqua, dove mangiano a turno uomini dalle più disparate divise, e qualcuno sonnecchia davanti alle immagini quasi sempre ferme della televisione accesa. Sullo schermo scorrono fotografie del leader, accompagnate da una colonna sonora di canti beduini, e l’unica cosa che impedisce di addormentarsi, nel caldo della lunga attesa, è il movimento curioso delle headlines che scorrono in fondo allo schermo: all’araba, scorrono al contrario. Non so quanto tempo si impiegherebbe su un’automobile normale, ma il bus governativo sopravanza ogni fila alle decine di posti di blocco che ogni pochi chilometri fermano un traffico comunque scarso. Ed è un viaggio che, come succede a volte con i confini, si inoltra in un paesaggio umano improvvisamente diverso. Le case bianche tunisine lasciano il posto a case color cemento, anche quando hanno un’architettura pretenziosa. I primi segni della guerra si vedono solo a Zuara, ma sono segni di una battaglia combattuta tra le case, una rivolta non assistita e dunque finita male, non della guerra dall’alto. A testimoniare il paese in guerra, più che le bandiere verdi innalzate su molte case, sono le interminabili code ai distributori di benzina. La strada per Tripoli passa accanto alla raffineria di Az Zawiya. E’ l’unica, delle cinque di cui disponeva la Libia, rimasta in funzione, anche se è difficile giudicare, dalle fiamme che escono dalle ciminiere, se funzioni del tutto o solo in parte. Altre due sono in mano ai ribelli, e due sulla linea del fronte, ferme. Così nella Libia del Colonnello manca la benzina, e in un paese in cui usciva, prima, a fiotti e quasi gratis, sembra la scena di un digiuno collettivo in una rosticceria. Ed è questa, forse, la guerra quotidiana per i libici di questa parte della Libia. Perché null’altro sembra mancare, anche se non tutti i negozi sono aperti, anche se il costo delle biciclette è raddoppiato. Le code sono gigantesche riunioni di sussurri e umori. Giorni fa questo stesso bus è stato quasi assaltato, da una folla esasperata, perché una giornalista cinese aveva improvvidamente cercato di filmare una coda. A noi è successo solo di vedere un militare sparare in aria, per mettere ordine nella coda. Ormai l’attesa, per chi si pone in fondo alla coda, dura cinque giorni. Le auto vengono spinte a mano, paraurti contro paraurti, e i proprietari dei veicoli si danno il cambio, con amici e familiari, per reggere l’attesa. E’ questa l’arma letale ? Come sempre, puoi dire “piove, governo ladro” o “piove, Nato ladra”, e comunque non puoi scendere dal bus e chiederlo. E’ un luogo di domande senza risposta, Tripoli, e la concentrazione di domande senza risposta più alta è l’hotel Rixos, che ospita i giornalisti e i funzionari di governo addetti al settore. Un albergo di lusso straniante, costruito dai turchi nell’euforia della levata delle sanzioni, una scommessa come lo era stata la Borsa di Tripoli, fondata nel 2007. Però ai turchi non è andata male, perché con la crisi il Rixos è pieno, a prezzi di guerra. E’ andata peggio al Radisson, inaugurato due giorni prima dello scoppio delle rivolte. Già sono passati 100 giorni, da allora. E la dimenticata guerra della Nato entra nel terzo mese. Il segretario dell’Alleanza, Rasmussen, dice che il regno di Gheddafi è giunto alla fine, Obama dice che il tempo lavora contro il raìs. Nel mondo arabo il concetto di tempo è un po’ diverso dal nostro, e tutto può succedere. L’unica cosa certa, come dice qualche ufficiale contabile a Bruxelles o a Bagnoli, è che ci sono state, in due mesi, 3385 incursioni. Più le due della notte scorsa, che non abbiamo sentito.
June 1, 2011 No Comments
Per Aiutare l’alpino Luca Barisonzi per avere una casa senza barriere architettoniche
Per far sì che l’alpino Luca Barisonzi possa vivere, quando uscirà dall’ospedale, in un casa senza barriere architettoniche:
FONDAZIONE A.N.A ONLUS
Via Marsala 9
20121 MILANO
presso Banca INTESA SANPAOLO ag. 1027 – Via Volta, 21 Milano
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May 7, 2011 5 Comments
Unos de los 33
Sto seguendo le dirette delle tv americane sul recupero dei trentatré minatori cileni. Lo faccio dopo essere stato una settimana laggiù, ma senza rimpianti. Le cose si vedono meglio sullo schermo, anche se mancano la notte fredda, la nebbia del mattino, la polvere del giorno del deserto di Atacama. Mi pare di conoscerli, quando escono, anche quando devo andare a vedere il squadernino su cui ho incollato le foto di ciascuno, e poche note biografiche, una Spoon River dei resuscitati. Provo ogni volta ad immaginare la prima boccata d’aria fresca, e le prime parole. Tra quelli risaliti finora il più chiassoso è stato Mario Sepulveda. Quando avevo appreso la sua storia, di ex dirigente sindacale, avevo pensato che una storia del genere non sarebbe potuta avvenire in Italia: quale dirigente sindacale ridiscende in miniera ? Sapevo che faceva una settimana di lavoro e una di riposo, e andava e veniva da Santiago, ottocento chilometri più a sud. Nei video dal rifugio era quello che parlava di più, e sua mogli aveva detto: è così, parla sempre molto, ovunque vada”. Lo ha fatto anche all’uscita alla luce, urlando sin dagli ultimi metri della capsula (che fa rimbombare le voci: è larga 54 centimetri, il tunnel è largo 60) la sua gioia. E, fuori, è stato come se avesse segnato un goal, ed è stata sua la prima intervista, ha detto che si è sentito come tra il diavolo e Dio, e alla fine è stata la mano di Dio ad afferrarlo. Ma ha detto anche che non vuole che i 33 siano trattati da star, siamo minatori, e saremo minatori. Escono uno dopo l’altro, a intervalli di un’ora, come in un parto faticoso, e , protetti da un paravento dipinto con i colori della bandiera cilena, sanno che ci si aspetta qualcosa da loro. Qualcuno ride sotto gli occhiali e il casco, mentre lo svestono dalla tuta verde che li veste per il viaggio. Jimmy Sanchez, il più giovane, ha già una figlia, ha una giovane moglie carina, ma da sotto aveva detto di aver nostalgia dei piatti della mamma: è ancora un bambino, con l’acne dell’adolescenza. E’ salito il più vecchio di tutti, Mario Gomez, ed ha pregato. Voleva andare in pensione a novembre, ce la farà. E’ uscito Osman Araya, che aveva fatto il bracciante stagionale, prima di scegliere la miniera, ed era noto perché, in un manipolo di proletari duri, gli si era incrinata la voce, mentre parlava con la moglie in un collegamento video. Ma adesso si è saputo che il telefono, per i più semplici e frequenti collegamenti audio, era stato messo in un angolo, in una galleria discosta, perché ognuno potesse piangere senza essere visto dagli altri. Già le gallerie: i minatori potevano muoversi – e il punto di risalita è infatti a -628 metri, mentre il rifugio è a -700 – e avevano usato le gallerie attorno per scopi diversi. Una era diventata la latrina, un’altra la palestra per tenersi in forma per l’ora x, la terza era la galleria fumatori. Sì, perché dopo qualche giorno in cui le palomas – i colombi viaggiatori, involucri affusolati in cui scendevano lettere e cibo, medicine e tutto il resto- avevano recapitato loro pastiglie di nicotina da masticare, erano riusciti infine a ottenere sigarette vere, aria viziata più aria viziata meno. Non hanno ottenuto, invece, alla vigilia, il Pisco con cui avrebbero voluto brindare alla risalita. Chi è che aspetto con più curiosità ? Franklin Lobos, il calciatore, perché conosco la sua storia e mi piace la sua faccia. In chiusura di carriera, segnò il primo goal della storia di un club di Copiapò, poi fallito e scomparso, ma rimasto nella memoria della cittadina. Fecero un voto, alla vigilia della partita decisiva per la promozione, alla fine del campionato. Vinsero, e andarono vestiti com’erano a uno di quei santuari che sorgono ai bordi delle strade, in Cile, seguiti da centinaia di tifosi impazziti di gioia. Credo fosse il 5 agosto del 1980, oppure 1981. Quel 5 di agosto del maledetto incidente, andando verso la miniera Francklin Lobos, autista, è ripassato come ogni giorno, davanti a quel santuario, con molti chili in più addosso, molti capelli in meno, e un’avventura di cui non sapeva davanti.
da Il Foglio di oggi
October 14, 2010 No Comments
Mi è giunta una lettera
eri sera, sono tornata a casa e ho acceso la televisione proprio mentre Federica Sciarelli dava l’annuncio alla madre di Sarah Scazzi che si cercava la figlia morta.
Non l’ho trovato giusto. La Sciarelli, che prende molto a cuore i casi che affronta, non avrebbe dovuto tutelare questa madre? Permetterle di verificare? Darle – interrompendo la trasmissione – almeno due minuti di solitudine per apprendere quanto accadeva?
E non trovo giusto che un telespettatore possa pensare che quanto accaduto sia normale, che vada bene. Che sia giusto assistere a un dramma familiare in diretta, come fosse un film. Sono rimasta stranita. Anche per il fatto che oggi si accennava semplicemente al fatto che la madre avesse appreso la notizia in diretta Tv, ma nessuno ha sottolineato la gravità della cosa. Perchè una linea di confine c’è. Deve esserci. Non può passare tutto, non può essere tutto televisione.
E’ quello che la gente vuole? O la gente accetta ed è assuefatta da questo?
Da piccola e inutile giornalista locale posso capire l’adrenalina che ci coglie, la passione che ci fa vibrare per questo lavoro, ma c’è anche un lato che amo: quello di avere sempre a che fare con le persone. Fatte di animo, di sensazioni, di sentimenti, che vanno rispettate e anche tutelate, se serve. A volte occorre fermarsi, anche se questo ci fa perdere lo scoop.
Forse ho sbagliato lavoro o forse sbaglio a rimanere turbata?
Maria Vittoria
October 8, 2010 1 Comment
Stasera Terra! attualità crisi in Grecia e i rischi che corre l’Italia.
Stasera, giovedì, alle 23.30, canale 5, Terra! sulla crisi greca. Cosa succede, e perchè. Quali rischi corre l’Italia. E, più egoisticamente, converrà fare in Grecia le prossime vacanze ? E comprarsi casa ?
May 20, 2010 No Comments
Tre Uomini di Parola Mareno di Piave 17 Maggio ore 20.00
May 17, 2010 No Comments
Terra! 23.30 Canale 5 “Il bello del bisturi”
Stasera, alle 23.30, canale 5, Terra ! (conduce Sandro) sulla chirurgia estetica: “il bello del bisturi”
May 6, 2010 No Comments