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Stasera Terra! attualità crisi in Grecia e i rischi che corre l’Italia.

Stasera, giovedì, alle 23.30, canale 5, Terra! sulla crisi greca. Cosa succede, e perchè. Quali rischi corre l’Italia. E, più egoisticamente, converrà fare in Grecia le prossime vacanze ? E comprarsi casa ?

May 20, 2010   No Comments

Tre Uomini di Parola Mareno di Piave 17 Maggio ore 20.00

Questa sera “Tre uomini di parola” a Mareno di Piave, al Palasport, alle 20.30  musica di Luigi Maieron e della sua band si fonderà con i dialoghi di Mauro Corona e Toni Capuozzo dando vita ad nuova pagina di “Tre uomini di parola …”

May 17, 2010   No Comments

Terra! 23.30 Canale 5 “Il bello del bisturi”

Stasera, alle 23.30, canale 5, Terra ! (conduce Sandro) sulla chirurgia estetica: “il bello del bisturi”

May 6, 2010   No Comments

Il millenarismo del bene

Giorni di dichiarazione dei redditi, e sono in tanti a bussare per il 5 per mille. Non me ne intendo, ma so che a non indicare alcuna associazione, il tuo modesto contributo sarà spalmato tra tutti. E, ovviamente, diventa un gioco della Torre di Pisa, perché le cause sono tante, e apparentemente tutte buone. Per me, in questo caso, è solo l’occasione di guardare un’altra volta al mondo del volontariato e delle organizzazioni non governative. Ne conosco alcune piuttosto da vicino, e conosco la bontà del loro lavoro. Se posso, non manco mai al premio Takunda del Cesvi, a Bergamo. Non potrò andare con l’aereo ospedale di Canguro Flights in Burkina Faso, la prima missione per curare, a bordo di un velivolo trasformato in ambulatorio oculistico, le cecità curabili. Quando vado a qualche incontro dei Lions o dei Rotary, chiedo si sottoscriva a metà per due organizzazioni. La prima è una piccola onlus che ha contribuito ad attrezzare un’area destinata, nel Centro Tumori di Aviano, ai giovani troppo grandi per restare nei reparti pediatrici e troppo giovani per condividere le corsie con gli adulti e gli anziani. Una volta ho trovato la forza di andarci, in quell’area giovani, dopo aver fumato quattro cinque sigarette all’ingresso, e ne sono uscito incoraggiato dai ragazzi ricoverati, ciò che ho cercato di spiegare nella prefazione di un libro che raccoglie le loro esperienze. L’altra metà va all’associazione sarajevese che, guidata dal vecchio e inossidabile generale Jovan Divjak, che fu il numero due dell’armata che difese la città dall’assedio, oggi si occupa dei giovani handicappati di guerra, e dei ragazzi talentuosi ma senza mezzi per studiare. Mi sono imbattuto con questa organizzazione dal basso, seguendo le sorti di un giovane sarajevese, aiutato dal vecchio combattente diventato un monaco birmano nel campo di battaglia fumante. Quando ho potuto ho cercato di aiutare organizzazioni che curano i denti dei ragazzi di strada di Bucarest, o intervengono sui labbri leporini dei bambini iracheni. Ho fatto spettacoli per l’Abruzzo del terremoto e per i grandi ustionati di Herat, e annunciato con convinzione tante raccolte di fondi via sms o attraverso la vendita di piantine nelle piazze italiane. Due settimane fa sono andato sull’Appennino pistoiese in un centro di vacanze per bambini poco fortunati, e da qualche parte su internet c’è uno spot in cui sostengo l’attività di un’associazione di famiglie di persone autistiche. Leggo Vita, il periodico del terzo settore, e faccio quel che posso, quando mi capita. Tutto questo per dire che non sono insensibile alle buone cause, rimanendo un affezionato peccatore e affascinato dal male quanto e più che dal bene. Però ho dei criteri, in questo. Pur legato ai problemi del mondo lontano, per affetto, curiosità, gusto dell’avventura, mi piace chi si occupa anche dei problemi di casa nostra, chi sa considerare un’ingiustizia la condizione della donna afghana, ma non dimentica la vecchietta sola del piano di sotto. Mi piace chi non personalizza troppo il proprio impegno, chi non trasforma un’associazione in una setta o in un partito. L’altro giorno cercavo le tracce di chi si occupava delle donne “vetriolate” in Pakistan e Bangladesh, contando sull’aiuto di medici arricchiti dalla chirurgia estetica, ma non insensibili a richiami più urgenti e necessari. Mi hanno risposto che c’è stata una scissione, e tutto è fermo. Per nobili che fossero i motivi della scissione, non ho voluto saperli. Mi piace chi fa delle scelte che spesso sono esistenziali ma sa tenere la sua bandiera in un angolo, come i francescani di Milano o il gruppo legato alla Compagnia delle Opere che si dà da fare nel carcere di Padova. Non mi piacciono le ong sempre pronte a sedere ai tavoli della pace – a me piace la gente che lavora sotto i tavoli, o li ribalta- e a sfilare nei cortei, come se il volontariato fosse il metadone della droga-militanza. E qui è inevitabile arrivare a Emergency, senza dover ritornare a Un ponte per Baghdad. Emergency, che giustamente compra pagine di giornali e spot televisivi, in vista del 5 per mille. Alcune cose, sul ruolo della “testimonianza”, le ho già dette, e qui voglio aggiungerne altre che attengono al lavoro umanitario. Di Emergency mi piace che non dimentichi l’Italia, avendo un centro a Palermo. Mi affascina l’idea che abbia fatto del suo centro sudanese un luogo della cardiochirurgia d’avanguardia, non destinando all’Africa gli avanzi. Mi piace l’impegno difficile di tanti medici e infermieri, anche se trasparenza vorrebbe che fosse chiaro il salario che accompagna il lavoro volontario (non c’è nessuna vergogna a essere pagati, come non c ‘era nessuna vergogna nella scelta professionale di Quattrocchi in Iraq, accompagnata nella tomba dal buon Vauro con una bandiera in cui a mezz’asta era il dollaro). Quello che mi piace meno è la centralità del lavoro italiano, come se i progetti servissero da sfogo a una militanza italiana, e non dovessero avere lo scopo di rendere autonomi i soggetti aiutati, e quasi eternizzassero la distinzione tra i protagonisti dell’aiuto e gli oggetti passivi dell’aiuto. So che in Thailandia Emergency fatica a chiudere l’ospedale di Battabang perché non c ‘è personale locale in grado di raccoglierne l’eredità. A Lashkargah, andato via il personale italiano, tutto è fermo. E tra gli ingiustamente arrestati c’era persino un infermiere italiano: e che, in dieci anni non si è riusciti a formare un infermiere afghano ? A me piace chi, invece di distribuire scatolette di tonno, insegna ad adoperare la rete da pesca, e poi saluta e se ne va, lasciando uomini affrancati dalla dipendenza umanitaria. Ovvio, però, che non si è mai vista una missione cattolica dire: “missione compiuta, andiamo altrove”, perché il core business in fondo è qualcosa di più dell’umanitario. E così per alcuni partiti che vestono i panni buoni della organizzazione non governativa. Facendo del bene, ma garantendo la propria esistenza, la propria permanenza, le proprie bandiere, invece di costruirne la provvisorietà. Visitando l’ambulatorio oculistico a bordo dell’aereo-ospedale ho visto un doppio binocolo nel macchinario che presiede agli interventi chirurgici. Il primo è per il medico italiano che opera, il secondo per il medico locale che impara.

May 6, 2010   1 Comment

Un Buon Candidato per Il Nobel per la pace

Eccolo, un buon candidato al Nobel per la Pace…. ma ricorda più Perlasca o Palatucci che Schindler

“Schindler di Mestre” candidato al Nobel Salvò 2mila vite dal genocidio in Ruanda-Il Gazzettino

April 23, 2010   No Comments

Ricordando Fabrizio Quattrocchi

Questa mattina, con la sorella e altri, ho ricordato Fabrizio Quattrocchi in una sala di Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova. Brillavano per la loro assenza le istituzioni, ma il Comune ha comunque patrocinato. E chiesto 475 euro, come usa, per la sala.

April 14, 2010   1 Comment

Che tempo che fa a Lashkargah ?

Non ho mai condiviso i furori ideologici di Gino Strada, ma ho sempre apprezzato il lavoro dei suoi medici, e la sua abilità nel mobilitare artisti, comici, gente comune che ha bisogno di credere. Io sono cresciuto con il mito dell’ospedale del dottor Schweitzer a Lambarenè, una carità silenziosa ed esotica nello stesso tempo, oggi tanti italiani hanno bisogno d’altro: bandiere, slogan, fazzoletti bianchi, proclami, manifestazioni, e un pacifismo molto bellicoso. Va da sé che i comizi sono sempre contro l’America e l’Occidente, vasel d’ogni male. In Sudan, dove Gino ha messo in piedi con la sua benemerita follia un centro chirurgico d’ avanguardia – i disperati meritano il meglio, non gli avanzi- non mi risulta tanto irremovibile attivismo nei confronti del governo di Khartoum: ma lì non c’è l’America, non c’è l’Occidente, non c’è quel senso di colpa di cui tutti, da Milly Moratti a Gino e Michele, abbiamo bisogno per sentirci migliori ed estranei in casa propria.
Ma adesso tocca scrivere mentre tre di Emergency stanno in un centro di detenzione afghana, accusati delle peggio cose. E bisognerà pur dire che almeno una delle accuse è palesemente infondata. Come possono, i tre, avere avuto un ruolo nell’assassinio di Adjmal Nashgbandi, se a quel tempo erano uno in Italia, uno in Sierra Leone, e il più giovane a completare un naster a Londra ? Restano, ed è un dato di fatto, a meno che non si sospetti la polizia afghana di averle introdotte lei medesima, le armi ritrovate nell’ospedale intitolato a Tiziano Terzani, a Lashkargah. Fossi il tenente Colombo, direi che potrebbero avercele introdotte uno dei sei afghani arrestati, o qualcun altro, e del tutto all’insaputa dei tre. Non è un mistero per nessuno che in quell’ospedale sulle povere alture della cittadina hanno spesso trovato cure i talebani, spacciatisi come vittime di fuoco incrociato. Non è uno scandalo, e bene hanno fatto medici e infermieri a curarli: è il loro compito. Ma non è neppure un mistero che l’ospedale, come un imprenditore brianzolo che debba aprire attività a Gela, abbia in passato affidato la sicurezza a chi poteva minacciarla (è sacrilego ricordare lo stalliere Mangano ?). Al tempo del sequestro Torsello, responsabile della sicurezza era Rahmatullah Hanefi. Secondo alcuni, era l’unico a sapere che Kash avrebbe preso l’autobus su cui poi sarebbe stato sequestrato. Secondo altri, fu lui a portare la borsa zeppa di dollari che valse la liberazione di Torsello. Fu ancora Hanefi a mediare nel sequestro Mastrogiacomo. Mal gliene incolse, e venne trattenuto per tre mesi nelle celle sella sicurezza afghana, che lo sospettava di un ruolo meno neutrale della mediazione. Grazie anche alle pressioni italiane (e alla testimonianza di Daniele, che smentì di averlo mai visto in prigionia, cosa che in fondo sarebbe stata naturale, se un mediatore dev’essere per definizione pendolare, e avere prove della permanenza in vita del sequestrato) fu liberato. Resto per qualche tempo all’ospedale di Lashkargah, e ora non sappiamo dove sia. Il suo ruolo, di fatto, è passato al giovane Pagani, quello tra i tre arrestati che era alla sua prima missione. E’ ragionevole pensare che la partita, tra Emergency e il governo afghano, non fosse chiusa. Almeno quanto è ragionevole sospettare che, grazie anche alle denunce sulle violazioni dei diritti umani in cui l’infermiere Dell’Ara era impegnato, e grazie al passato di Hanefi, qualcuno, nel resau talebano, potesse aver visto nell’ospedale un buon luogo per nascondere qualcosa. Detto questo, è detto tutto. Resta solo da invocare, per accusa e difesa, un lavoro un punta di fatto, non di teoremi. Da parte afghana la manifestazione di decine di persone – secondo fonti locali erano di più, ma le immagini non confortano, e Lashkargah non è piazza San Giovanni – reclamante la chiusura dell’ospedale, in quanto minaccia alla sicurezza della provincia, lascia intendere una resa dei conti che ha poco a che fare con una seri investigazione. Da parte italiana, è questione di fede, di un compagno non può averlo fatto, di sdegno o di diffidenza, entrambi di principio. Eppure sarebbe l’occasione per chiarire le circostanze della strana morte di Adjmal Nashgbandi, l’interprete di Daniele Mastrogiacomo ucciso dopo la liberazione del giornalista italiano, e risequestrato dopo la sua stessa liberazione. Venne ucciso per creare ulteiiori difficoltà al governo afghano, pronto a darsi da fare per un italiano ma non per un afghano ? Venne ucciso perché aveva visto qualcosa che non doveva vedere ? Venne ucciso solo per un gusto di ferocia supplementare, senza scopo ? Curiosamente, tutte le ansie dietrologiche italiane si esercitano sull’ ultimo capitolo, e ne trascurano le premesse. Chiedere a Emergency e a Gino Strada di curare e basta, senza proclami, sarebbe come chiedere al missionario di non intonare mai una preghiera, di sfamare e basta: gli uni devono interrompere la catena delle guerre americane che producono i loro clienti, gli altri salvare le anime, mica solo i corpi. E a chi non cerca teorie del mondo per spiegarne il disordine, a chi sta tranquillo e scomodo ai soli fatti spesso inspiegabili, non resta che registrare che i diciotto feriti della sparatoria Nato contro un autobus civile, l’altra mattina a Kandahar, debbono fare i conti con un ospedale in meno, in provincia. Per i quattro morti non c’è nulla da fare, e le uniche bandiere che gli possono piantare sopra sono quelle di plastica nera o verde, che sbatacchiano sulle tombe afghane.

April 14, 2010   No Comments

Ricordando Fabrizio Quattrocchi

Questa mattina, con la sorella e altri, ho ricordato Fabrizio Quattrocchi in una sala di Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova. Brillavano per la loro assenza le istituzioni, ma il Comune ha comunque patrocinato. E chiesto 475 euro, come usa, per la sala.

April 14, 2010   1 Comment

Terra! Stasera Canale 5

Stasera, Canale 5, ore 23.30, Terra! (condotto da Sandro Provvisionato) sulle nuove verità del delitto Pasolini.

April 8, 2010   No Comments

Afghanistan, il centro del mondo

Alzi la mano chi, scendendo per la prima volta a New York, non si è sentito al centro del mondo, quasi comparsa di un film, sul pullman che da Jfk va verso downtown, e il profilo di Manhattan si leva in fondo alla strada: è lì che tutto succede, è lì che tutto comincia, o si rivela, e tu sei lì, ora. La stessa cosa succede, rovesciata dalla distanza, in Afghanistan: il mondo di oggi rivela qui tutte le sue debolezze, le sue incertezze, solleva le sue domande senza risposta o con troppe risposte, mostra le sue infamie e le sue generosità, prigioniero di se stesso. E anche lì, pare di essere in un film, tra comparse che hanno coperte gettate su una spalla, marines che ascoltano musica a tutto volume, fango e polvere, aquiloni e proiettili. Le fotografie che avete visto su queste pagine, e che adesso dovreste riguardare come se steste spiando da un foro in un muro che vi protegge, ma non vi risparmia dall’essere coinvolti, se non come comparse almeno come platea di uno spettacolo drammatico, di un’opera rock, di una tragedia greca o di una sit com che è il canovaccio e la colonna sonora del nostro tempo, del nostro presente, sono fotografie intime scattate su questo set. Intime perché scattare foto come queste richiede confidenza, e fiducia e pazienza, in chi scatta e in chi viene ritratto. Intime perché non hanno la retorica del ritratto, né la pretesa assoluta del singolo scatto che dice tutto, l’arroganza di pensare che il ferito in barella, o il riposo del guerriero sulla branda illuminata dallo schermo di un computer siano il condensato di tutto, la chiave per capire la solitudine e le folle, insieme. Sono brandelli di verità, perché la verità tutta intera richiederebbe la polvere e l’odore nauseante della pomata antizanzare, il cartello che ti invita a controllare il colore dell’urina, perché se scurisce, vuol dire che ti stai disidratando. Richiederebbe l’odore del sangue, la puzza delle tende, la voce bambina della recluta e quella roca del veterano, e le urla. La verità tutta intera, forse richiederebbe solo il silenzio, perché l’Afghanistan è ineffabile (hai fatto fatica, di ritorno da New York a spiegare quel che provavi ? Lo stesso, e anche peggio, vale per Kabul).
Il set, stavolta, è la provincia di Wardak, quella Tangi Valley che l’estate scorsa ha riempito le cronache. Perché è una regione chiave, nel cuore del mosaico, e a pochi chilometri da Kabul (ma i chilometri, in Afghanistan, ingannano, coprono viaggi di ore, che a volte sono viaggi nel tempo. E avventure, perché la strada da Kabul a Wardak è quella che,infine, porta a Kandahar)). Abitata da pashtun, indomita sotto i sovietici, bastione del signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar, terra sunnita – per chi è appassionato da queste passioni- di tendenza deobandi, ma segnata a macchie, dato che nulla in Afghanistan è omogeneo, da villaggi hazara e tagiki. Essendo vicino alla capitale, è stata un laboratorio o una palestra per tutti gli esperimenti: qui sono nate le prime milizie di villaggio (1200 uomini, in una regione che non arriva al mezzo milione di abitanti) per contrastare l’invadenza talebana. Qui le prime diserzioni di massa della nuova polizia afghana: disertarono in venticinque, un’intera stazione di polizia, portandosi veicoli e armi. Qui le prime azioni concentrate, in forza, di reparti della coalizione e reparti afghani. Gli uomini che vedete in questa foto sono soldati della decima divisione fanteria di montagna, riconoscibile dall’emblema delle due spade incrociate. Un reparto che venne formato sul finire della seconda guerra mondiale ed ebbe il battesimo del fuoco sull’Appennino bolognese, combattè sul Garda e rimase per qualche tempo a Trieste. Ricostituita nel 1985, con base proprio nello stato di New York, ha fatto in tempo a combatter le guerre più sporche e incerte degli ultimi vent’anni: la prima guerra del Golfo, la Somalia, la Bosnia, l’Iraq e adesso l’Afghanistan, nella provincia di Wardak. Valli ricche di una sola cosa: l’acqua, che scorre in tre fiumi, e irriga, quando le condotte funzionano, i fondo valle, verdi di frutteti. Nei mercati di Kabul, le mele di Wardak sono le mele più richieste. E non è un caso che, in una provincia con un livello di istruzione superiore a tante altre, molti dei laureati vengano da una facoltà di agricoltura. Ma le strutture dell’irrigazione hanno patito il lungo abbandono degli anni di guerra, quando l’80% della popolazione della provincia riparò in Iran o in Pakistan (quelli che restarono, furono un retroterra fedele per i talebani, e ancora oggi la forza della cultura tradizionale è dimostrata dalla proporzione tra allievi maschi e femmine, nella popolazione scolastica della provincia: novantamila maschi e ventiquattromila femmine). Dopo la guerra, e dopo la grande siccità, i contadini hanno abbandonato le colture di riso, che richiedevano troppa acqua, e sono passati ai frutteti. Ma i raccolti vengono venduti ai commercianti che si arrischiano a scendere da Kabul, a prezzi miseri. La mancanza di sicurezza, e dunque di sbocchi al mercato, rende modesti anche i guadagni dell’Hazagarat, dove si allevano le mucche, e si fanno i formaggi e il burro. Ma per descrivere lo stato di cose basterà dire che solo il 15% degli abitanti della provincia ha la corrente elettrica, non ci sono giornali, le organizzazioni non governative hanno abbandonato l’area, le autorità governative sono presenti solo nel capoluogo, e le unica istituzioni che funzionano sono le shure locali. Questo è il mondo che guarda dall’alto, infreddolito, il soldato che viene illuminato dal visore notturno e dall’alban, e sa che tra poco il suo turno sarà finito. Davanti a questo mondo si racchiudono come delle conchiglie le Fob, le Forward advanced bases, piccole bandiere conficcate in terra straniera, avamposti protetti dagli “hesco”, quei sacchi riempiti di sassi che formano piccole muraglie, mondi a parte, in cui trovare il posto per un campo di basket, una notte quieta, una telefonata a casa, gli headphones per decidere quello che vuoi sentire, o una benda sugli occhi per non vedere. Sono stato in questi posti, con il caldo che sembra un nemico, oppure il gelo che sembra un altro nemico, e tutti inafferrabili, e non sai mai se preferire la polvere o il fango. Ho viaggiato sugli Humvee, e guardato il ciglio della strada come si guarda un nemico. Ho vissuto la discesa verso l’ignoto, dalla mensa dove trovi cibo kosher e haram alle razioni k, dalle docce calde alle taniche dalle quali un rubinetto manda un filo di acqua bollente o gelida, ma sempre il contrario di quella che servirebbe, dagli store dove trovi tutti gli ultimi film e il colluttorio per i denti all’avamposto dove devi misurare il consumo delle batterie della torcia allacciata alla testa, per leggere o scrivere. Il vantaggio delle Fob è che non ci sono le bandiere delle basi grandi, o dei comandi, sempre a mezz’asta perché non c’è giorno che non muoia qualcuno della coalizione. Il vantaggio delle Fob è che non c’è tempo per dipingere sui veicoli il numero di attacchi, o di attentati con IED (improvised explosive device) o di aggressioni con razzi RPG o armi leggere cui il veicolo e i suoi occupanti sono sopravvissuti. E non c’è tempo per le Bibbie e le riviste porno che sono la lettura abituale di tanti, Sui computer della sala comando scorrono le immagini inviate dai piccoli droni che volano come falchi attorno alla Fob, e la notte le immagini delle telecamere termiche. Sembra sempre di essere in un film. Del resto questi uomini sono stati tra i protagonisti di un film, “Black Hawk Down”, la battaglia di Mogadiscio, del settembre ‘93. Il film di Ridley Scott è del 2001, e si trovò a uscire nelle sale dopo l’11 settembre, come una saga di eroismo e incomprensione, di sacrificio e di sconfitta. Si guadagnò due Oscar, l’anno successivo. Ma ci sono voluti otto anni perché un altro film – “The hurt locker”- riconciliasse la platea di Hollywood con guerre difficili, exit strategies incerte, vittorie che hanno una contabilità diversa rispetto agli eroismi dei singoli, e che, rispetto al Vietnam e alla Somalia, non possono prevedere l’opzione “ritiro”. Sapete come la chiamano, in gergo, gli americani, queste incursioni nella provincia di Wardak, o a Marjah, nell provincia di Helmand, o altrove, dove sbarchi dagli elicotteri, prendi a fatica un centro abitato, conquisti un territorio, lo affidi a un governo fidato (a Marjah il governo addestrato a gestire il nuovo corso è guidato da un afghano che ha vissuto per sedici anni in Germania…) e poi passi a un’altra emergenza ? “Mowing the grass”, falciare l’erba. Che ricresce, appena te ne vai, e i talebani rispuntano. Forse, tra otto o nove anni, ci sarà un film che ci racconterà tutto l’Afghanistan (dove lo gireranno ‘sto film ? “Black Hawk Down” fu girato in Marocco, “Kandahar” venne girato in Iran, “Il cacciatore d’aquiloni” in Cina, “The hurt locker” è stato girato in Giordania..), Ci racconterà l’Afghanistan, quello dei soldati americani, e quello degli italiani nelle Fob di Bala Morghab, dove il 29 dicembre scorso un militare afghano ha ucciso un americano e ferito due italiani della “Sassari”. Follia o infiltrazione ? Nel film qualcuno interpreterà il generale Carmelo Burgio, dei carabinieri, che deve sovrintendere alla formazione delle forze locali cui prima o poi lasciare il testimone, e fa i conti con una recluta su cinque positiva ai test antidroga. Sarebbe niente, se non fosse anche che solo una recluta su dieci sa leggere e scrivere. Non so quale attore potrebbe interpretare bene la faccia del segretario alla Difesa, Rober Gates, l’altro giorno, alla conferenza stampa congiunta, quando Karzai ha detto che ci vorranno altri venticinque o trent’anni perché l’Afghanistan possa camminare da solo. Forse un militare sbrigativo, un caratterista, commenterà che l’Afghanistan inventato dall’impero inglese come un cuscinetto tra l’Impero russo e l’India britannica, l’Afghanistan indipendente è uno stato dipendente, come un tossico, dalle guerre, dalle invasioni, dagli aiuti, dagli equilibri tra le sue tribù. Quel che è certo è che sarà, quel film, un ritratto del nostro tempo: i bombardamenti dei civili e le scuole per le bambine, la voglia di passar la mano e l’impossibilità di andarsene, il presidente Obama premio Nobel per la pace e l’invio di altri migliaia di uomini. Ci saranno, nel film, poliziotti afghani che guadagnano 120 dollari al mese (ne sono morti 646, l’anno scorso), e talebani che ne guadagnano 200, la babele di quaranta e passa paesi impegnati nella missione e il silenzio di quel muro, nel piccolo cimitero di Aghios Panteleimon nell’isola greca di Lesbo, dove vengono sepolti gli afghani che muoiono nel tentativo di raggiungere, dalla Turchia, la Lampedusa ellenica. Le tombe hanno un cartello: “afghano 1”, “afghano 2”, “afghano 3”, e così via.

April 8, 2010   No Comments