Alaska (da Colonne d’Ercole, Qui Touring)
Ormai come vicenda politica è acqua passata, e dunque se ne può parlare. Nella corsa alla Casa Bianca, alla fine dell’anno scorso, mi aveva molto colpito la figura di Sarah Palin, la vice di Mc Cain. Ma non per le sue posizioni politiche, o per il suo carattere, o per altre considerazioni che non fossero, semplicemente, la sua carica: governatrice dell’Alaska. Ci sono stato, in Alaska, e dunque ogni volta che il discorso, o le notizie, cadevano sulla figura di Sarah Palin, per me era inevitabile distrarmi, e riandare a quel viaggio. Perché l’Alaska non è un posto a portata di mano, ed è un viaggio che non dimentichi facilmente. In più c’ero andato in nave, partendo dal porto di Seattle, e dunque era stato un accostarsi lento alla meta, che è anche il modo migliore di andare in un posto, senza finirvi catapultato, ma con il tempo di leggere qualcosa, di immaginarlo, di scoprirlo un po’ alla volta, con la lentezza dei grandi viaggi di una volta. In realtà l’Alaska che ho conosciuto è stata soprattutto quella del manico: gli americani descrivono sbrigativamente quello stato come una padella, larga, ricoperta di terra indurita dal gelo, e poco abitata. Poi c’è, come proteso verso sud, un manico della padella che è fatto di costa, montagne, fiordi, e tante piccole cittadine. Non ho bisogno di carte geografiche o di vecchie fotografie per ricordarmi di quel viaggio, reso memorabile dalla sensazione di essere davvero lontani dal mondo: lassù gli altri Stati sono semplicemente “gli Stati dabbasso”. Non è l’unica sensazione che ti accompagna sempre, in Alaska: le distanze, i pochi abitati, l’assenza di strade, la brevità delle giornate, la prepotenza della natura, tutto contribuisce a farti sentire in un’altra dimensione del tempo. Metti la storia, che qui è così scarna di date, e sembra ieri che l’Alaska venne comprata dalla Russia zarista, pagata cinque dollari al chilometro quadro. Era il 1867, e l’affare fu visto con tanta diffidenza, negli States dabbasso, che l’Alaska veniva chiamata, con il nome dell’allora segretario di Stato William Seward, “la ghiacciaia di Seward”. Ma bastarono 31 anni, e la scoperta dell’oro, per farne un Eldorado. All’americana, puoi girare in casinò dove le cameriere vestono gli abiti dell’epoca, le ballerine ballano il can can e ti puoi far fotografare vestito da giocatore di poker. Ma basta andare alla periferia e trovi sempre un cimitero dove le lapidi ricordano ancora, sbilenche, storie che sembrano uscite da un libro di Jack London o da un film di Charlie Chaplin. Mi sono chiesto, e ho chiesto, come mai i cimiteri sembrassero dei musei: mi hanno risposto che in Alaska si vive poco – pochi abitanti- e dunque si muore poco, e non manca lo spazio. Sì, in Alaska c’è poca gente; in tutto lo stato non ci sono più di settecentomila abitanti, e quasi la metà vive ad Anchorage. La capitale amministrativa, Juneau, è poco più di un villaggio, e ci si arriva solo via mare o via cielo, non ci sono strade. Ma nel mare di fronte, le balene incrociano davanti al ghiacciaio che si tinge di verde, incontrando l’acqua salata. Per spostarti devi usare sempre l’idrovolante – ci sono tre milioni di laghi- e la sensazione, in tutte le cittadine, è che siano più barche e piccoli aerei che automobili. Molti pescatori – il salmone e l’halibut sono cibo quotidiano – molti cacciatori, tutti hanno in casa un’arma, che può tornare utile quando gli orsi bruni si avvicinano troppo (gli esperti chiamano gli orsi che hanno assaggiato gli scarti dell’uomo, e prendono a vivere vicino ai villaggi, e non temono più l’uomo orsi “problematici”. Gli sparano, li addormentano, e li riportano a fare gli orsi selvatici). Ci sono gli indiani, non solo gli eschimesi del nord. Sono quelli che, impigriti dal passaggio dello stretto di Bering, ottantacinque chilometri di ghiaccio, si fermarono qui e lasciarono che gli altri scendessero a popolare tutte le Americhe. Ci sono i superstiti delle generazioni passate, e non a caso gli ortodossi sono la seconda comunità religiosa dell’Alaska, a ricordo della colonizzazione russa. Ma il grosso della minuscola popolazione è fatta di gente salita dagli Stati dabbasso, in cerca di libertà, di spazio, di avventura. Non a caso sulle targhe delle auto c’è scritto “last frontier”, l’ultima frontiera. Come succede spesso, l’ebbrezza della libertà confina con la gabbia della solitudine: record di suicidi, e di alcolismo. Anche la natura, incontaminata, ha le sue cicatrici, dopo che si è scoperto il petrolio: ricordate la Exxon, Valdez, e la marea nera ? Insomma, per quanto si alo Stato più grande, l’Alaska non sfugge ai contrasti della civiltà. Certo il turista può fare una corsa su una slitta trainata dai cani, e pensare che il tempo si sia fermato. Ma c’è un solo posto dove davvero il tempo si avvita, nelle isole Aleutine. Dove passa la linea del cambio di data, e la confusione tra ieri e oggi e domani è una linea invisibile tra due isole, separate da un braccio di mare.
1 comment
E’ qualcosa di spettacolare quello che hai scritto.
A volte i ricordi rendono da soli più vivide certe esperienze, senza bisogno di fotografie. Io ho provato qualcosa del genere nel mio viaggio in Irlanda, una terra ai confini che vive in una dimensione tutta sua.
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