Il cuore dell’Aquila
Sono stato più volte, negli ultimi giorni, nel centro storico dell’Aquila. Di giorno, o al tramonto, era qualcosa di normale, ci si abitua a tutto. Ci sono gruppi di vigili del fuoco che lavorano, e ho chiacchierato a lungo con uno di loro, mio paesano, impegnato attorno alla chiesa di Santa Giusta. Lì i vigili del fuoco stanno lavorando sugli angoli alti, sull’abside ( i vigili del fuoco usano dei termini ancora più tecnici dei libri di storia dell’arte, e se non te lo indicano con il dito fatichi sempre a capire di che cosa ti stiano parlando) appollaiati su una piattaforma sospesa, retta da un’enorme gru. E questo serve a staccarli dalla parete, nel caso di un’altra scossa. Da dentro la chiesa ha il fascino agghiacciante di un luogo vuoto, impolverato. Ci sono entrato dalla canonica, scostando calcinacci e libri. Nella navata centrale i banchi sono in disordine, spesso rovesciati, e nella luce del tramonto due o tre statue di santi, poggiate a caso tra i banchi, sembravano fedeli impietriti dalla paura e dal dolore. Dall’alto entrava un fascio di luce come in certe chiese gotiche, ma era la luce che fiottava dagli squarci, illuminando la polvere sottilissima che più nessun passo solleva, ma resta sospesa solo per un soffio d’aria. Vengo dal Friuli in cui furono i preti a dire “prima le case, poi le chiese”, e so che un paese non è tale se non ha una chiesa in cui salutare le nascite e dare l’addio a chi se ne va, o anche semplicemente chiacchierare sul sagrato. Ma so anche che una chiesa vuota ha la bellezza surreale e desolata di un angolo di Pompei, di una piramide maya, di un World Trade center. Non so come faranno, a salvare i monumenti senza l’eco delle campane, e lo scalpiccio dei chierichetti, e l’odore dell’incenso, e solo le rondini: ecco, il centro dell’Aquila è un luogo dove ti pare di sentire il fruscio delle rondini e dei colombi, tanto è il silenzio. Sono sceso alla fontana delle 99 cannelle, e non ho voluto contarle. Mi affascinava solo la credenza popolare che la fontana, magica per nascita e per il segreto custodito dal suo costruttore, fosse magicamente scampata al terremoto. Mi affascinava perché so quanto sia importante la ragione, nell’affrontare un terremoto, ma so anche che abbiamo bisogno di miti e di storie, e di abbandonarci al destino e alla sua fatalità, qualche volta. Ebbene, una piastrella è caduta, ma davvero la fontana è intatta, e nessun beccuccio è spento, nonostante non li abbia contati. Nel mio Friuli mi aveva sempre colpito, la storia di sorgenti che dopo il terremoto si spegnevano in un luogo per apparire in un altro, come a testimoniare il brontolio sordo della terra, e la rivincita dell’acqua. Una sera, al tramonto, ho accompagnato il libraio Colacchi nella sua libreria, che si avviava agli ottanta anni di storia. Per chi ama i libri, è una visita dura. E per chi ha nostalgia dei vecchi librai che sanno consigliarti un libro, è ancora più dura. Ma il momento peggiore è stato quando siamo usciti, e il libraio Colacchi ha cominciato a evocare cosa c’era in quel palazzo e cosa in quell’altro, e dov’era il bar, e quanti erano gli studenti di quel liceo. Mi sono venute in mente certe pitture del rinascimento, con città ideali in cui per si affaccia appena un piccolo capannello di persone, quasi vuote. Ancora una volta, era il silenzio a rendere livida persino la luce del tramonto (L’Aquila ha dei tramonti che sembrano marini, e i palazzi diventano pareti dolomitiche, prima del calare del buio). Le uniche voci vengono da un corridoio costretto tra reti metalliche lungo il quale i cittadini possono risalire dalla villa comunale sino a piazza Duomo. Lo percorrono aquilano che vengono a rivedere la loro città, taciturni. E qualche turista che scatta fotografie, ma non riesce a essere ciarliero come lo sono in genere i gruppi di turisti, come per un rispetto alla città morta, in punta di piedi, perché anche i passi fanno rumore, qui. Ma tutto diventa una cosa da blade runner, con il buio, quando anche i vigili cessano il loro lavoro, che spesso consiste nell’aiutare i cittadini a recuperare le loro cose, e tutto si ferma. La luna illumina uno scenario spettrale, e non ho incontrato neppure i randagi dei primi giorni (gli unici animali, oltre agli uccelli, sono forse i topi. Nei vicoli sono state poste trappole topicide, e so che i vigili del fuoco, sempre loro, hanno dovuto svuotare freezer e frigoriferi nauseabondi, per evitare che la città diventasse un relitto pestifero). Al buio sembra davvero di essere non più nel luogo svuotato dalle voci, dall’andirivieni del passeggio serale, dalle urla dei ragazzi e dai giochi dei bambini, ma nella scena raggelata della notte del sei aprile: le macerie fanno paura, le lenzuola con cui qualcuno si è calato di casa sembrano recare come inamidate le impronte di chi è fuggito, e sembra di camminare su quel che resta della fine di un mondo, raggelato nell’istante della fine. Bisogna scendere verso qualche angolo più discosto, dove è cresciuta folta l’erba, per capire che sono passati dei mesi, e che la vita è continuata altrove, appena poche decine di metri più sotto, dove i giovani riempiono il pub – un autobus inglese a due piani- di uno che si chiama Toni, ha girato il mondo in cerca di avventure e ha trovato l’avventura più folle e devastante nel tornare a casa sua, dove supponeva di chiudere in tranquillità. Dopo ogni sera di quelle sere sono tornato nei miei paesini con un’inquietudine dentro, che i racconti di anni lontani, quando l’orecchio sinistro di una volpe veniva pagato trecento lire, a poco a poco calmavano. Era la fine della guerra, i tedeschi scappando avevano lasciato stragi e scii, ma senza racchette. I ragazzi del Gran Sasso scendevano in città con gli scii, usando come racchette i pali delle vigne. Andavano al mattatoio e si facevano dare le frattaglie che non servivano neanche più come interiora. Risalivano e facevano trappole per le volpi, con la stricnina. C’erano troppe volpi, che non facevano male ai raccolti e neanche troppo ai pollai, ma alla selvaggina sì. E così le associazioni dei cacciatori pagavano ogni orecchio sinistro di volpe. I ragazzi tornavano al mattino e trovavano le volpe irrigidite a pochi metri dalle trappole, come ghiacciate dal veleno che le rattrappiva i centri nervosi. E trecento lire valevano qualche pacchetto di sigarette, per i ragazzi che sciavano con scarponi fatti di vecchi pneumatici. A sentirle raccontare tanti anni dopo persino le storie più dure diventano una favola.
5 comments
Sembra il racconto di una favola finita male…quando da quei tramonti dipinti sul foglio ci si aspetta il lieto fine..forse e` questo che l`Abruzzo sta aspettando…il lieto fine.
[...] dal blog del giornalista italiano Toni Capuozzo: Sono stato più volte, negli ultimi giorni, nel centro storico dell’Aquila. Di giorno, o al [...]
Che dire, io sono giovane, friulana, ma nonostante non abbia vissuto il ‘76 è qualcosa che sento dentro me e questo perchè sono convinta che sia una cosa innata. La paura che hanno avuto i miei genitori ed i miei avi è sicuramente rimasta impressa nel DNA. Io sono orgogliosa di essere friulana, lo sono sempre stata e lo sarò in eterno.
Forse tu mi puoi capire.
Mandi Toni
Caro Tony,sono stato il Capoposto dell’Associazione Arma dei Carabinieri al campo di Villa Sant’Angelo in Abruzzo e ci siamo conosciuti quando hai girato i tuoi servizi.Bellissimi.Abbiamo fatto delle foto insieme che sono a Tua disposizione.
Solo per Tua conoscenza, sappi che I Carabinieri di Rimini mi hanno dato l’encomio per (in pratica) il miglior volontario Dell’Associazione dell’Arma.
Questa mattina me lo darà anche la Provincia di Rimini.
vergognamoci per lui: servizio di pubblica assistenza per chi non è in grado di vergognarsi da solo! Il reportage su L’Aquila è fatto ad uso e consumo del padrone: ma quale ricostruzione se qui è tutto una maceria… le nuove case sono di nuova COSTRUZIONE e bastano per i pochi fortunati che hanno vinto la lotteria 15mila su 50 mila che ne hanno bisogno (cioè quelli che vai ad intervistare e che ringraziano ossequiosi…).
Perchè non intervisti gli oltre 25 mila che sono ancora fuori città e che non entreranno nelle case dei miracoli (costate 2700 EURO al mq?). Perchè non chiedi a qualcuno che ha avuto la casa lievemente danneggiata come mai non l’ha fatta ancora riparare? SEI INDECENTE: PROPAGANDA ALLO STATO PURO SULLA PELLE DI NOI TERREMOTATI
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