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Intervista di Thuy a suo padre
Quella che segue è un’intervista fatta da una mia amica a suo padre. Da ragazzo manifestai per il Vietnam. Era un’ideologia indifferente ai fatti, a spingermi, o lesta a piegare i fatti all’ideologia. Incominciai a vedere le cose diversamente quando per lavoro intervistai dei profughi vietnamiti a Padriciano, Trieste: fuggivano dalla libertà che io avevo urlato. Molte cose sono cambiate, da allora. Ma la storia di Thuy e della sua famiglia è anche la storia di un’integrazione possibile. E’ una storia da leggere. Eccola:
“Papà, ci pensi, quest’anno sono ormai ventinove anni che viviamo in Italia! Hai vissuto più tempo qui che nel tuo Paese di origine. Che cos’è che ti ha spinto a fuggire dal Vietnam? Perché hai deciso di mettere a repentaglio le nostre vite pur di andartene? Dove hai trovato il coraggio per fuggire? Io non avevo neanche due anni, tu e la mamma eravate poco più che ventenni…”
Mio padre serio risponde: “Tutti dovevano piegarsi alle direttive del Partito. La dittatura del Partito era totale, controllava la vita delle persone per cambiare la loro mentalità. Quelli che non si potevano conquistare con la magia delle parole o con l’ardore rivoluzionario, venivano piegati con il terrore attraverso lo spionaggio, le minacce, il carcere e la tortura . La menzogna, la discriminazione, l’ipocrisia e la corruzione erano diventati il quotidiano, bastava la minima parola di dissenso per essere catalogati come reazionari e spediti a tagliare alberi nella foresta o per subire un percorso di “rieducazione”. I giovani erano costretti a prestare il loro servizio gratuito allo Z.E.N., le Nuove Zone Economiche, ovvero veri e propri campi di lavoro forzato per scavare canali, lavori di irrigazione, costruire strade… Per uscire dalla propria città o da un raggio di 5 chilometri bisognava richiedere un permesso all’ufficio dei trasporti e fare una coda di giorni. Chiunque avesse un’attività rischiava di vedersela confiscare senza un valido motivo dagli agenti governativi. Tutte le imprese venivano registrate e nazionalizzate. I benestanti venivano incarcerati con false accuse ed i loro beni sequestrati”.
E’ un torrente in piena, è un argomento che a distanza di anni continua a toccarlo profondamente. Fa una breve pausa per riordinare le idee e scuro in volto prosegue: “Io ad esempio, ero un piccolo produttore di reti da pesca, non sono mai stato iscritto a nessun partito, non ho mai collaborato con il regime di Thieu, nemmeno con gli americani, eppure, nonostante questo, subii pesanti ingiustizie: mi imposero il pagamento di tasse esorbitanti, spropositate, basandosi su regole che inventavano ed adattavano di volta in volta, oppure capitò in più occasioni che quadri rivoluzionari mi perquisissero ogni centimetro di casa, alla ricerca di beni e merci che vennero poi scrupolosamente inventariati ed espropriati, lasciandomi completamente a terra, sul lastrico. Come potevamo resistere a questi soprusi, come potevamo rimanere impassibili a questa violenza? Thuy, li ho sempre detestati sin da quando ero bambino. Propagandavano l’uguaglianza sociale in materia di governo e di reddito, e in effetti si riempivano le tasche consolidando la dittatura di un’esigua minoranza. Mettiamola così, forse la rivoluzione poteva essere affascinante, l’ideologia – indipendenza, libertà, neutralità, unità – condivisibile, ma nel momento in cui il Vietnam del Nord si ritrovò al posto di comando, al posto di chi aveva tanto condannato, combattuto ed infine rovesciato, si lasciò vincere da tutto ciò che il Sud aveva di peggio, senza essere capace di imporre ciò che, sia detto, ebbe di meglio”.
Mio padre si interrompe sull’onda emotiva dell’ultima frase. So già quello che sta per dire e lo anticipo: “Papà, ce l’hai anche con chi, in quegli anni, scese in piazza a manifestare contro la guerra, vero? Immagino che tu ce l’abbia a morte con una certa parte dell’opinione pubblica, correggimi se sbaglio”.
Papà annuisce e chiarisce: “Ce l’ho con tutti quelli che si sono indignati per una guerra per la quale è stato giusto riconoscere gli errori e gli orrori commessi dai nostri alleati e dalla Repubblica del Sud, gli stessi che poi si sono COMPLETAMENTE disinteressati della situazione di terribile e disumana sopraffazione e oppressione che prendeva corpo nella controparte, quella che in nome di un’ideologia illusoria, falsa, perdente, sorpassata ed arrogante, ci avrebbe dovuto liberare”.
Lo incalzo “Raccontami della nostra fuga… Com’è andata?”
Papà si schiarisce la voce ed inizia il suo racconto “Il primo tentativo fu nel novembre del 1979 e si rivelò fallimentare. La polizia sorvegliava pattugliando tutte le coste, impedendo a chiunque di scappare dal Vietnam. Il 10 gennaio 1980 finalmente riusciamo a fuggire. Dopo aver lasciato furtivamente la nostra casa, il nostro paese ed abbandonato tutto ciò che avevamo di più caro, ci ritroviamo in una parte deserta della costa del sud, in 43 tra adulti e bambini pronti a salire su di un’imbarcazione di tipo fluviale (rubata dall’organizzazione), lenta e non certo adatta ad una traversata di mare, lunga e pericolosa. L’organizzazione che aveva predisposto la fuga, ci ingannò assicurandoci che di lì a poco avremmo incontrato una barca da pesca più grande e più veloce e saremmo stati tutti trasbordati. Il prezzo pagato da ognuno di noi fu di tre once d’oro, l’equivalente odierno di circa 2.000 Euro. Nei dieci giorni di navigazione siamo stati abbordati e depredati da pirati thailandesi per ben due volte. Erano uomini dalla pelle scura, il capo rasato, coperti da pochi stracci e armati di affilatissimi machete. Tu e gli altri bambini a bordo non la smettevate di piangere, eravate disperati, impauriti e noi genitori ci sentivamo totalmente impotenti, incapaci di difendervi e proteggervi da una situazione che terrorizzava terribilmente anche noi. Nel primo assalto fecero piazza pulita di quei pochi averi personali, a te strapparono di dosso una catenina, nel secondo, ci spogliarono di ciò che ci restava: i vestiti. Siamo stati molto fortunati perché ho saputo che altre imbarcazioni ebbero epiloghi ben più tragici. Donne violentate e rapite, probabilmente per rimpinguare i bordelli in giro per la Thailandia, bambini uccisi e i loro corpi fatti a pezzi e gettati in mare, uomini picchiati selvaggiamente e abbandonati a se stessi a morire di fame e di stenti. Si sono verificati anche episodi di cannibalismo”.
“Davvero papà?” domando incredula.
“La disperazione e lo spirito di sopravvivenza fecero commettere azioni atroci, razionalmente impensabili. Quelli troppo deboli che morirono durante la traversata, invece di finire in mare, vennero mangiati dai propri compagni di viaggio”.
Ho la pelle d’oca. Non riesco quasi a crederci. Mio papà interrompe i miei pensieri cupi e continua la narrazione: “E’ per questo che prima ti ho detto che siamo stati fortunati, molto fortunati. Pensa, già dopo i primi tre giorni di navigazione, eravamo senz’acqua potabile e costretti a cuocere il riso e dissetarci con l’acqua di mare. Il decimo giorno di traversata, ormai stremati dalla fame, dalla sete e dal mal di mare – siamo stati in balìa per giorni e giorni dei flutti del mare in tempesta – saremmo tutti deceduti se una nave commerciale battente bandiera Thailandese, sulla rotta Bangkok-Singapore, non ci avesse incrociato, e trascinato la nostra chiatta in prossimità della costa della Malesia. Donne, bambini ed anziani furono fatti salire a bordo, dissetati e sfamati, mentre a noi uomini, rimasti sulla barca, furono fornite tutte le indicazioni necessarie per raggiungere il campo profughi di Pulau Bidong. La polizia malese ci prese a raccolta nella piccola isola di Bidong, non lontana da Kuala Lampur, identificati e schedati per poi fornire questi dati alla U.N.H.C.R., l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Abbiamo trascorso cinque lunghissimi mesi nel campo profughi di Bidong, in totale isolamento e dure privazioni. I soccorsi non erano sufficienti per le molte migliaia di profughi accampati. E’ stato un periodo durissimo, me lo ricordo come fosse ieri. Venne una delegazione delle Nazioni Unite ad intervistarci, poi fu la volta della Caritas Italiana. Fummo informati che il Governo Italiano era favorevole all’ingresso in Italia di noi profughi. Chi fosse stato interessato poteva iscriversi in una lista d’attesa. Anche gli Stati Uniti si offrivano ad accogliere i boat people, ma a certe condizioni: avere famigliari già negli USA e quindi chiedere il ricongiungimento, ma non era il nostro caso. Oppure dovevi aver collaborato con il precedente governo o aver lavorato alle loro dipendenze durante il conflitto. Eravamo in condizioni disperate, le uniche cose che possedessimo erano gli indumenti che avevamo addosso. Non potevamo aspettare che anche Australia e Canada aprissero le loro liste”.
Lo guardo mentre pronuncia quei nomi e intuisco che quelle fossero le mete da lui tanto agognate.
“Scegliemmo l’offerta italiana. Nel luglio del 1980 lasciammo finalmente la Malesia. Vennero organizzati voli Kuala Lampur–Singapore, Singapore–Ciampino per non più di una trentina di persone a volo. All’aeroporto militare di Ciampino ad accoglierci furono una suora italiana ed un interprete. Per i primi ventisei giorni in Italia, venimmo ospitati in una struttura messa a disposizione da religiosi, non lontana da Roma. Ci informarono che molte parrocchie si stavano offrendo ad ospitare una famiglia di rifugiati”.
Qui si ferma per bere un sorso di tè che nel frattempo si è raffreddato. Riprende fiato e abbozza un sorriso, è la prima volta che lo fa, dice: “Abbiamo avuto la fortuna di arrivare qui Veneto dove ci fu messa a disposizione, gratuitamente per un anno, un’abitazione. Anche la parrocchia stanziò una somma di denaro per far fronte alle nostre esigenze primarie e ci fu una vera e propria gara di solidarietà tra la popolazione. C’era chi ci portava i polli, le uova o i prodotti dell’orto, chi si offriva di accompagnarci a fare la spesa, dal medico o al lavoro, quando poi lo trovai. Fu veramente commovente. Eravamo lontani migliaia e migliaia di chilometri dal Vietnam, in un Paese di cui non conoscevamo né la lingua, né la storia o le tradizioni, ma ci sentivamo come a casa, accolti e ben voluti. Tre mesi dopo il nostro arrivo in Italia, il Ministero degli Interni ci riconobbe lo status di rifugiati politici. Venimmo a sapere in seguito che alcuni anni dopo la nostra fuga, mi pare fosse il 1983, tuo zio (fratello maggiore di mamma), nel tentativo di lasciare il Paese con la famiglia, fu brutalmente ucciso dalla polizia che sorvegliava la costa e venne lasciato morire sulla spiaggia…” Non sorride più, ha gli occhi lucidi e la voce lievemente incrinata: “Tutta qui la nostra storia. Il resto lo conosci. Abbiamo fatto tanti sacrifici, ci siamo rimboccati le maniche, partendo da zero e piano piano, giorno dopo giorno, abbiamo realizzato il nostro piccolo sogno americano qui in Italia”.
“Papà, nessun rimpianto allora?” domando.
“No, nessun rimpianto e senza nostalgie. Salvo aggiungere che sono profondamente grato al popolo italiano di cui ormai ci sentiamo parte” conclude.
E’ tardi, lo lascio andare a dormire. Ora comprendo con più consapevolezza perché in questi trent’anni non abbia mai più messo piede in Vietnam. Metabolizzo quanto ci siamo detti e rifletto che sulla guerra in Vietnam è stato scritto moltissimo.
Per la generazione di Terzani, come lo stesso ammette nella prefazione di uno dei libri che fu il simbolo del conflitto in Vietnam, Giai Phong! La liberazione di Saigon, la rivoluzione aveva un aspetto catartico, purificante, portava in sé un senso di “giustizia è fatta”. Inoltre, afferma che la rivoluzione vietnamita come tutte le rivoluzioni sono sul futuro, ed il futuro, dal momento che può essere riempito di sogni, ha l’aria più attraente del presente, di solito così afflitto da miseria ed ingiustizie. La guerra del Vietnam rappresentava una questione di moralità. Da una parte i vietcong che combattevano per l’indipendenza, dall’altra c’erano gli americani che venivano visti, dopo i francesi, come i nuovi “neocolonialisti” che non avevano nessun diritto di immischiarsi in un conflitto che non li riguardava.
Terzani dinanzi alla realtà di ciò che è successo in Vietnam dopo il 1975, si è sentito spesso un gran peso sulla coscienza all’idea che Giai Phong! venisse utilizzato per propagandare un mito che si era sgonfiato e che continuava ad alimentare speranze che si erano rilevate penose illusioni. Nel suo ultimo libro, pubblicato postumo, La fine è il mio inizio, un padre racconta al figlio il grande viaggio della vita alla ricerca della verità, Terzani dichiara che, alla luce di quello che è accaduto in Vietnam e specialmente a Saigon dove è tornato diverse volte dopo la riunificazione, se avesse vinto il regime del Sud, sarebbe stato meglio. Se il risultato finale della rivoluzione doveva essere un capitalismo con l’autoritarismo comunista, tanto valeva farlo fare ai capitalisti, perché sanno molto meglio come funziona il capitalismo.
Il sogno di una società più giusta, più equa, più umana, che la rivoluzione nella quale credeva avrebbe dovuto creare, è fallita. Tanto valeva vincessero i vinti! Se avesse prevalso Thieu invece dei comunisti, avrebbe ammazzato più persone lì per lì. Le gabbie di tigre si sarebbero riempite. Ma in fondo ne hanno ammazzate tante anche i comunisti, mettendole in prigione, togliendo loro i diritti. I boat people, i profughi che scappavano con le barche chi li ha creati? I comunisti!
Solo pochi hanno avuto coraggio di guardare dentro alla realtà, uno di questi è stato Tiziano Terzani. La sua esperienza dovrebbe servire da lezione a tutti quelli che senza averlo vissuto direttamente sulla pelle, continuano ad inneggiare e glorificare questi assolutismi che la Storia ha rivelato essere, non solo in Vietnam, un tragico errore.
February 4, 2009 4 Comments