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	<title>Toni Capuozzo &#187; Lettere</title>
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		<title>Il millenarismo del bene</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 15:19:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Giorni di dichiarazione dei redditi, e sono in tanti a bussare per il 5 per mille. Non me ne intendo, ma so che a non indicare alcuna associazione, il tuo modesto contributo sarà spalmato tra tutti. E, ovviamente, diventa un gioco della Torre di Pisa, perché le cause sono tante, e apparentemente tutte buone. Per me, in questo caso, è solo l’occasione di guardare un’altra volta al mondo del volontariato e delle organizzazioni non governative. Ne conosco alcune piuttosto da vicino, e conosco la bontà del loro lavoro. Se posso, non manco mai al premio Takunda del Cesvi, a Bergamo. Non potrò andare con l’aereo ospedale di Canguro Flights in Burkina Faso, la prima missione per curare, a bordo di un velivolo trasformato in ambulatorio oculistico, le cecità curabili. Quando vado a qualche incontro dei Lions o dei Rotary, chiedo si sottoscriva a metà per due organizzazioni. La prima è una piccola onlus che ha contribuito ad attrezzare un’area destinata, nel Centro Tumori di Aviano, ai giovani troppo grandi per restare nei reparti pediatrici e troppo giovani per condividere le corsie con gli adulti e gli anziani. Una volta ho trovato la forza di andarci, in quell’area giovani, dopo aver fumato quattro cinque sigarette all’ingresso, e ne sono uscito incoraggiato dai ragazzi ricoverati, ciò che ho cercato di spiegare nella prefazione di un libro che raccoglie le loro esperienze. L’altra metà va all’associazione sarajevese che, guidata dal vecchio e inossidabile generale Jovan Divjak, che fu il numero due dell’armata che difese la città dall’assedio, oggi si occupa dei giovani handicappati di guerra, e dei ragazzi talentuosi ma senza mezzi per studiare. Mi sono imbattuto con questa organizzazione dal basso, seguendo le sorti di un giovane sarajevese, aiutato dal vecchio combattente diventato un monaco birmano nel campo di battaglia fumante. Quando ho potuto ho cercato di aiutare organizzazioni che curano i denti dei ragazzi di strada di Bucarest, o intervengono sui labbri leporini dei bambini iracheni. Ho fatto spettacoli per l’Abruzzo del terremoto e per i grandi ustionati di Herat, e annunciato con convinzione tante raccolte di fondi via sms o attraverso la vendita di piantine nelle piazze italiane. Due settimane fa sono andato sull’Appennino pistoiese in un centro di vacanze per bambini poco fortunati, e da qualche parte su internet c’è uno spot in cui sostengo l’attività di un’associazione di famiglie di persone autistiche. Leggo Vita, il periodico del terzo settore, e faccio quel che posso, quando mi capita. Tutto questo per dire che non sono insensibile alle buone cause, rimanendo un affezionato peccatore e affascinato dal male quanto e più che dal bene. Però ho dei criteri, in questo. Pur legato ai problemi del mondo lontano, per affetto, curiosità, gusto dell’avventura, mi piace chi si occupa anche dei problemi di casa nostra, chi sa considerare un’ingiustizia la condizione della donna afghana, ma non dimentica la vecchietta sola del piano di sotto. Mi piace chi non personalizza troppo il proprio impegno, chi non trasforma un’associazione in una setta o in un partito. L’altro giorno cercavo le tracce di chi si occupava delle donne “vetriolate” in Pakistan e Bangladesh, contando sull’aiuto di medici arricchiti dalla chirurgia estetica, ma non insensibili a richiami più urgenti e necessari. Mi hanno risposto che c’è stata una scissione, e tutto è fermo. Per nobili che fossero i motivi della scissione, non ho voluto saperli. Mi piace chi fa delle scelte che spesso sono esistenziali ma sa tenere la sua bandiera in un angolo, come i francescani di Milano o il gruppo legato alla Compagnia delle Opere che si dà da fare nel carcere di Padova. Non mi piacciono le ong sempre pronte a sedere ai tavoli della pace – a me piace la gente che lavora sotto i tavoli, o li ribalta- e a sfilare nei cortei, come se il volontariato fosse il metadone della droga-militanza. E qui è inevitabile arrivare a Emergency, senza dover ritornare a Un ponte per Baghdad. Emergency, che giustamente compra pagine di giornali e spot televisivi, in vista del 5 per mille. Alcune cose, sul ruolo della “testimonianza”, le ho già dette, e qui voglio aggiungerne altre che attengono al lavoro umanitario. Di Emergency mi piace che non dimentichi l’Italia, avendo un centro a Palermo. Mi affascina l’idea che abbia fatto del suo centro sudanese un luogo della cardiochirurgia d’avanguardia, non destinando all’Africa gli avanzi. Mi piace l’impegno difficile di tanti medici e infermieri, anche se trasparenza vorrebbe che fosse chiaro il salario che accompagna il lavoro volontario (non c’è nessuna vergogna a essere pagati, come non c ‘era nessuna vergogna nella scelta professionale di Quattrocchi in Iraq, accompagnata nella tomba dal buon Vauro con una bandiera in cui a mezz’asta era il dollaro). Quello che mi piace meno è la centralità del lavoro italiano, come se i progetti servissero da sfogo a una militanza italiana, e non dovessero avere lo scopo di rendere autonomi i soggetti aiutati, e quasi eternizzassero la distinzione tra i protagonisti dell’aiuto e gli oggetti passivi dell’aiuto. So che in Thailandia Emergency fatica a chiudere l’ospedale di Battabang perché non c ‘è personale locale in grado di raccoglierne l’eredità. A Lashkargah, andato via il personale italiano, tutto è fermo. E tra gli ingiustamente arrestati c’era persino un infermiere italiano: e che, in dieci anni non si è riusciti a formare un infermiere afghano ? A me piace chi, invece di distribuire scatolette di tonno, insegna ad adoperare la rete da pesca, e poi saluta e se ne va, lasciando uomini affrancati dalla dipendenza umanitaria. Ovvio, però, che non si è mai vista una missione cattolica dire: “missione compiuta, andiamo altrove”, perché il core business in fondo è qualcosa di più dell’umanitario. E così per alcuni partiti che vestono i panni buoni della organizzazione non governativa. Facendo del bene, ma garantendo la propria esistenza, la propria permanenza, le proprie bandiere, invece di costruirne la provvisorietà. Visitando l’ambulatorio oculistico a bordo dell’aereo-ospedale ho visto un doppio binocolo nel macchinario che presiede agli interventi chirurgici. Il primo è per il medico italiano che opera, il secondo per il medico locale che impara.</p>
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		<title>Il cuore dell&#8217;Aquila</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Aug 2009 09:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono stato più volte, negli ultimi giorni, nel centro storico dell’Aquila. Di giorno, o al tramonto, era qualcosa di normale, ci si abitua a tutto. Ci sono gruppi di vigili del fuoco che lavorano, e ho chiacchierato a lungo con uno di loro, mio paesano, impegnato attorno alla chiesa di Santa Giusta. Lì i vigili [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono stato più volte, negli ultimi giorni, nel centro storico dell’Aquila. Di giorno, o al tramonto, era qualcosa di normale, ci si abitua a tutto. Ci sono gruppi di vigili del fuoco che lavorano, e ho chiacchierato a lungo con uno di loro, mio paesano, impegnato attorno alla chiesa di Santa Giusta. Lì i vigili del fuoco stanno lavorando sugli angoli alti, sull’abside ( i vigili del fuoco usano dei termini ancora più tecnici dei libri di storia dell’arte, e se non te lo indicano con il dito fatichi sempre a capire di che cosa ti stiano parlando) appollaiati su una piattaforma sospesa, retta da un’enorme gru. E questo serve a staccarli dalla parete, nel caso di un’altra scossa. Da dentro la chiesa ha il fascino agghiacciante di un luogo vuoto, impolverato. Ci sono entrato dalla canonica, scostando calcinacci e libri. Nella navata centrale i banchi sono in disordine, spesso rovesciati, e nella luce del tramonto due o tre statue di santi, poggiate a caso tra i banchi, sembravano fedeli impietriti dalla paura e dal dolore. Dall’alto entrava un fascio di luce come in certe chiese gotiche, ma era la luce che fiottava dagli squarci, illuminando la polvere sottilissima che più nessun passo solleva, ma resta sospesa solo per un soffio d’aria. Vengo dal Friuli in cui furono i preti a dire “prima le case, poi le chiese”, e so che un paese non è tale se non ha una chiesa in cui salutare le nascite e dare l’addio a chi se ne va, o anche semplicemente chiacchierare sul sagrato. Ma so anche che una chiesa vuota ha la bellezza surreale e desolata di un angolo di Pompei, di una piramide maya, di un World Trade center. Non so come faranno, a salvare i monumenti senza l’eco delle campane, e lo scalpiccio dei chierichetti, e l’odore dell’incenso, e solo le rondini: ecco, il centro dell’Aquila è un luogo dove ti pare di sentire il fruscio delle rondini e dei colombi, tanto è il silenzio. Sono sceso alla fontana delle 99 cannelle, e non ho voluto contarle. Mi affascinava solo la credenza popolare che la fontana, magica per nascita e per il segreto custodito dal suo costruttore, fosse magicamente scampata al terremoto. Mi affascinava perché so quanto sia importante la ragione, nell’affrontare un terremoto, ma so anche che abbiamo bisogno di miti e di storie, e di abbandonarci al destino e alla sua fatalità, qualche volta. Ebbene, una piastrella è caduta, ma davvero la fontana è intatta, e nessun beccuccio è spento, nonostante non li abbia contati. Nel mio Friuli mi aveva sempre colpito, la storia di sorgenti che dopo il terremoto si spegnevano in un luogo per apparire in un altro, come a testimoniare il brontolio sordo della terra, e la rivincita dell’acqua. Una sera, al tramonto, ho accompagnato il libraio Colacchi nella sua libreria, che si avviava agli ottanta anni di storia. Per chi ama i libri, è una visita dura. E per chi ha nostalgia dei vecchi librai che sanno consigliarti un libro, è ancora più dura. Ma il momento peggiore è stato quando siamo usciti, e il libraio Colacchi ha cominciato a evocare cosa c’era in quel palazzo e cosa in quell’altro, e dov’era il bar, e quanti erano gli studenti di quel liceo. Mi sono venute in mente certe pitture del rinascimento, con città ideali in cui per si affaccia appena un piccolo capannello di persone, quasi vuote. Ancora una volta, era il silenzio a rendere livida persino la luce del tramonto (L’Aquila ha dei tramonti che sembrano marini, e i palazzi diventano pareti dolomitiche, prima del calare del buio). Le uniche voci vengono da un corridoio costretto tra reti metalliche lungo il quale i cittadini possono risalire dalla villa comunale sino a piazza Duomo. Lo percorrono aquilano che vengono a rivedere la loro città, taciturni. E qualche turista che scatta fotografie, ma non riesce a essere ciarliero come lo sono in genere i gruppi di turisti, come per un rispetto alla città morta, in punta di piedi, perché anche i passi fanno rumore, qui. Ma tutto diventa una cosa da blade runner, con il buio, quando anche i vigili cessano il loro lavoro, che spesso consiste nell’aiutare i cittadini a recuperare le loro cose, e tutto si ferma. La luna illumina uno scenario spettrale, e non ho incontrato neppure i randagi dei primi giorni (gli unici animali, oltre agli uccelli, sono forse i topi. Nei vicoli sono state poste trappole topicide, e so che i vigili del fuoco, sempre loro, hanno dovuto svuotare freezer e frigoriferi nauseabondi, per evitare che la città diventasse un relitto pestifero). Al buio sembra davvero di essere non più nel luogo svuotato dalle voci, dall’andirivieni del passeggio serale, dalle urla dei ragazzi e dai giochi dei bambini, ma nella scena raggelata della notte del sei aprile: le macerie fanno paura, le lenzuola con cui qualcuno si è calato di casa sembrano recare come inamidate le impronte di chi è fuggito, e sembra di camminare su quel che resta della fine di un mondo, raggelato nell’istante della fine. Bisogna scendere verso qualche angolo più discosto, dove è cresciuta folta l’erba, per capire che sono passati dei mesi, e che la vita è continuata altrove, appena poche decine di metri più sotto, dove i giovani riempiono il pub – un autobus inglese a due piani- di uno che si chiama Toni, ha girato il mondo in cerca di avventure e ha trovato l’avventura più folle e devastante nel tornare a casa sua, dove supponeva di chiudere in tranquillità. Dopo ogni sera di quelle sere sono tornato nei miei paesini con un’inquietudine dentro, che i racconti di anni lontani, quando l’orecchio sinistro di una volpe veniva pagato trecento lire, a poco a poco calmavano. Era la fine della guerra, i tedeschi scappando avevano lasciato stragi e scii, ma senza racchette. I ragazzi del Gran Sasso scendevano in città con gli scii, usando come racchette i pali delle vigne. Andavano al mattatoio e si facevano dare le frattaglie che non servivano neanche più come interiora. Risalivano e facevano trappole per le volpi, con la stricnina. C’erano troppe volpi, che non facevano male ai raccolti e neanche troppo ai pollai, ma alla selvaggina sì. E così le associazioni dei cacciatori pagavano ogni orecchio sinistro di volpe. I ragazzi tornavano al mattino e trovavano le volpe irrigidite a pochi metri dalle trappole, come ghiacciate dal veleno che le rattrappiva i centri nervosi. E trecento lire valevano qualche pacchetto di sigarette, per i ragazzi che sciavano con scarponi fatti di vecchi pneumatici. A sentirle raccontare tanti anni dopo persino le storie più dure diventano una favola.</p>
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		<title>Alaska (da Colonne d&#8217;Ercole, Qui Touring)</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Feb 2009 09:39:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai come vicenda politica è acqua passata, e dunque se ne può parlare. Nella corsa alla Casa Bianca, alla fine dell’anno scorso, mi aveva molto colpito la figura di Sarah Palin, la vice di Mc Cain. Ma non per le sue posizioni politiche, o per il suo carattere, o per altre considerazioni che non fossero, semplicemente, la sua carica: governatrice dell’Alaska. Ci sono stato, in Alaska, e dunque ogni volta che il discorso, o le notizie, cadevano sulla figura di Sarah Palin, per me era inevitabile distrarmi, e riandare a quel viaggio. Perché l’Alaska non è un posto a portata di mano, ed è un viaggio che non dimentichi facilmente. In più c’ero andato in nave, partendo dal porto di Seattle, e dunque era stato un accostarsi lento alla meta, che è anche il modo migliore di andare in un posto, senza finirvi catapultato, ma con il tempo di leggere qualcosa, di immaginarlo, di scoprirlo un po’ alla volta, con la lentezza dei grandi viaggi di una volta. In realtà l’Alaska che ho conosciuto è stata soprattutto quella del manico: gli americani descrivono sbrigativamente quello stato come una padella, larga, ricoperta di terra indurita dal gelo, e poco abitata. Poi c’è, come proteso verso sud, un manico della padella che è fatto di costa, montagne, fiordi, e tante piccole cittadine. Non ho bisogno di carte geografiche o di vecchie fotografie per ricordarmi di quel viaggio, reso memorabile dalla sensazione di essere davvero lontani dal mondo: lassù gli altri Stati sono semplicemente “gli Stati dabbasso”. Non è l’unica sensazione che ti accompagna sempre, in Alaska: le distanze, i pochi abitati, l’assenza di strade, la brevità delle giornate, la prepotenza della natura, tutto contribuisce a farti sentire in un’altra dimensione del tempo. Metti la storia, che qui è così scarna di date, e sembra ieri che l’Alaska venne comprata dalla Russia zarista, pagata cinque dollari al chilometro quadro. Era il 1867, e l’affare fu visto con tanta diffidenza, negli States dabbasso, che l’Alaska veniva chiamata, con il nome dell’allora segretario di Stato William Seward, “la ghiacciaia di Seward”. Ma bastarono 31 anni, e la scoperta dell’oro, per farne un Eldorado. All’americana, puoi girare in casinò dove le cameriere vestono gli abiti dell’epoca, le ballerine ballano il can can e ti puoi far fotografare vestito da giocatore di poker. Ma basta andare alla periferia e trovi sempre un cimitero dove le lapidi ricordano ancora, sbilenche, storie che sembrano uscite da un libro di Jack London o da un film di Charlie Chaplin. Mi sono chiesto, e ho chiesto, come mai i cimiteri sembrassero dei musei: mi hanno risposto che in Alaska si vive poco – pochi abitanti- e dunque si muore poco, e non manca lo spazio. Sì, in Alaska c’è poca gente; in tutto lo stato non ci sono più di settecentomila abitanti, e quasi la metà vive ad Anchorage. La capitale amministrativa, Juneau, è poco più di un villaggio, e ci si arriva solo via mare o via cielo, non ci sono strade. Ma nel mare di fronte, le balene incrociano davanti al ghiacciaio che si tinge di verde, incontrando l’acqua salata. Per spostarti devi usare sempre l’idrovolante – ci sono tre milioni di laghi- e la sensazione, in tutte le cittadine, è che siano più barche e piccoli aerei che automobili. Molti pescatori – il salmone e l’halibut sono cibo quotidiano – molti cacciatori, tutti hanno in casa un’arma, che può tornare utile quando gli orsi bruni si avvicinano troppo (gli esperti chiamano gli orsi che hanno assaggiato gli scarti dell’uomo, e prendono a vivere vicino ai villaggi, e non temono più l’uomo orsi “problematici”. Gli sparano, li addormentano, e li riportano a fare gli orsi selvatici). Ci sono gli indiani, non solo gli eschimesi del nord. Sono quelli che, impigriti dal passaggio dello stretto di Bering, ottantacinque chilometri di ghiaccio, si fermarono qui e lasciarono che gli altri scendessero a popolare tutte le Americhe. Ci sono i superstiti delle generazioni passate, e non a caso gli ortodossi sono la seconda comunità religiosa dell’Alaska, a ricordo della colonizzazione russa. Ma il grosso della minuscola popolazione è fatta di gente salita dagli Stati dabbasso, in cerca di libertà, di spazio, di avventura. Non a caso sulle targhe delle auto c’è scritto “last frontier”, l’ultima frontiera. Come succede spesso, l’ebbrezza della libertà confina con la gabbia della solitudine: record di suicidi, e di alcolismo. Anche la natura, incontaminata, ha le sue cicatrici, dopo che si è scoperto il petrolio: ricordate la Exxon, Valdez, e la marea nera ? Insomma, per quanto si alo Stato più grande, l’Alaska non sfugge ai contrasti della civiltà. Certo il turista può fare una corsa su una slitta trainata dai cani, e pensare che il tempo si sia fermato. Ma c’è un solo posto dove davvero il tempo si avvita, nelle isole Aleutine. Dove passa la linea del cambio di data, e la confusione tra ieri e oggi e domani è una linea invisibile tra due isole, separate da un braccio di mare.</p>
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		<title>Ieri sera ho guardato il Grande Fratello</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Feb 2009 09:55:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri sera, prima di addormentarmi, ho acceso la televisione. C&#8217;era il Grande Fratello, ed era la prima volta che lo vedevo. In quel momento una concorrente &#8211; credo fosse la famosa hostess &#8211; lasciava la casa, e c&#8217;erano lacrime. Stavo per chiudere, ed è iniziata la scena, che non saprei giudicare, di un ragazzo di origine rom. Mi ha colpito, anche perchè due giorni prima, a Sarajevo, per far capire al tassista che conoscevo bene la città, gli ho indicato, passandoci accanto, quella che solo i locali conoscono come la collina degli zingari. E allora, davanti alla televisione, mi sono ricordato di un pezzo che avevo fatto per la tv nel 2006, quello che segue, dove racconta la guerra degli zingari. Che hanno un posto di rilievo nelle colonne sonore e nei film di Kusturica e, nel mio piccolo, ne &#8220;Il giorno dopo la guerra&#8221;, Feltrinelli Editore, 1996, che ormai si trova solo in qualche biblioteca.</p>
<p>La brigata sporca</p>
<p>Uno dei primi segnali che le guerre stavano per sconvolgere i Balcani, furono loro, come le migrazioni degli uccelli annunciano il cambio di stagione: “Ci rendemmo conto che qualcosa di tragico stava per succedere quando gli zingari cominciarono a partire. E capimmo che la guerra stava per terminare, quando li vedemmo tornare” : sono in molti a ripeterlo, nei Balcani. La fine della vecchia Jugoslavia è stata anche la fine della libertà di spostamento, per vocazione o per mestiere, e la rottura del mosaico jugoslavo – in cui cui c’era stato posto persino per un ministro zingaro, ha significato il richiamo delle purezze etniche, e il sospetto, nei confronti dei meno integrabili e dunque meno fedeli di tutti: con chi stai ? Loro, gli zingari, sono stati un po’ con tutti, e del resto di tutti avevano adottato, come uno Zelig, le religioni: ci sono zingari cattolici, zingari musulmani, zingari ortodossi. Hanno patito la guerra nella Slavonia croata, e peggio ancora in Bosnia. A Sarajevo hanno perfino partecipato alla difesa della città – con una brigata che venne chiamata la brigata sporca- e hanno partecipato anche all’assedio della città. Da tutte le parti, per garantirsi un futuro. Ma il vicolo cieco è stato il Kossovo. Non erano amati né dai serbi che la facevano da padroni, né dai kossovari, che la fanno da padroni ora. Ma, accusati di aver parteggiato per i serbi sono dovuti fuggire, in maggior parte verso il Montenegro, e da lì un po’ ovunque, in Bosnia e in Italia. Altri hanno ripiegato a sud, in Macedonia. I kossovari imputano loro di aver preso parte alla repressione – i rom prestavano servizio militare- e di aver fatto da ausiliari alle forze serbe. In realtà la colpa principale dei rom del Kossovo sembra quella di aver cercato di convivere con il più forte, sostituendosi nei posti di lavoro agli albanesi discriminati, e assumendo, nelle scontro tra serbi e albanesi, il ruolo di terzo, comodo, avvoltoio: sembra che i rom si dedicassero a spogliare definitivamente, per ultimi, i villaggi già saccheggiati dalle milizie serbe, e che qualche volta venissero impiegati nei lavori sporchi, come seppellire i cadaveri delle operazioni di pulizia etnica. La colpa più evidente è stata però, nei negoziati di Rambouillet, aver partecipato al fianco della delegazione serba, che cercava di mostrare la propria magnanimità nei confronti delle minoranze, esibendo i rom, i goranci e i cosiddetti egiziani. Ma qualche rom isolato ha combattuto a fianco dei kossovari, e a volte le stesse famiglie si sono divise: una strategia di sopravvivenza: gli stessi rom votavano alle lezioni ufficiali per Milosevic, e in quelle clandestine per Rugova. Non è bastato a salvarli: se ne sono dovuti andare in 120mila, accolti malvolentieri altrove. Se ci sono delle vittime assolute, nelle guerre dei balcani, che non avevano voluto, sono loro, e le loro strategie di marginalità non hanno retto alle guerre aperte, al censimento etnico delle armi. Come dice un vecchio detto zingaro “I gagi, cioè i non zingari, sono pazzi, soltanto i pazzi amano la guerra”.<br />
Con la pace sono tornati ai margini, peggio di prima. Eccoli,a Sarajevo.<br />
DONNA Ho 26 anni, e il futuro, lo vedo difficile. Questi sono i miei due bambini, e non ho alcun reddito. Durante la guerra era terribile, siamo sopravvissuti, ma ora comunque è dura: né io né mio marito abbiamo un lavoro. Viviamo perché ci aiutano i suoceri.. e guadagniamo qualcosa rovistando nelle discariche, chiedendo l’elemosina”.<br />
Qualcuno, con la guerra, ha trovato una casa, vuota, che apparteneva a dei serbi che non sono più tornati:<br />
UOMO “Viviamo in venti , qui. Tre famiglie. La mia e quelle di due fratelli.<br />
Se tornano i proprietari della casa… niente, dovremo trovare un altro posto. Durante la guerra avevo un appartamento in affitto, poi a guerra finita mi hanno sfrattato, e ho trovato questa casa vuota”.<br />
Ed ecco gli zingari di Croazia, nel mercatino rom di   Zagabria:<br />
UOMO “Bisogna lottare per il pane e sopravvivere… vengo dalla Bosnia”.<br />
In Croazia ci sono perfino dei villaggi interamente rom, costruzioni vistose, e abusive. Ma anche qui dicono di passarsela male:<br />
DONNA “Mio marito è morto in un incidente. E io sono stata in Italia a elemosinare a Roma, Milano e Genova “<br />
UOMO “L’olocausto peri rom non è mai finito, e non finirà mai. Anche nelle ultime guerre, noi siamo stati spettatori passivi, poi tutti hanno fatto la pace, e noi rom siamo rimasti i colpevoli. Su tutto il territorio della ex jugoslavia, e quindi anche qui in Croazia”,<br />
Ma con la pace, per i rom dei balcani è arrivata poche settimane fa, una modesta consolazione, che ha il sapore dei tempi: il Grande Fratello, edizione croata di successo del format che spopola nel mondo, è stato vinto da Hamdja Seferovic, rom. Ha detto, dopo la vittoria: “Sono riuscito a fare in modo che una vasta cerchia di persone mi vedesse finalmente come una persona, indipendentemente dalla nazionalità, e che non mi escludesse in quanto rom. I rom vengono subito associati con qualcuno che ruba, mendica e truffa. Malgrado io non appaia così, nonostante sia sempre rasato di fresco, vestito bene e ordinato, sono stato spesso oggetto di insulti nella mia vita,e il più delle volte da parte di persone peggiori di me. Alla fine, ognuno di noi deve nascere in qualche modo, e io, ecco, sono capitato Rom”.</p>
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		<title>Lettera dalla collina</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jan 2009 15:19:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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E’ difficile raccontare com’è una guerra vista da vicino, quando sei lontano. Le colline intorno a Gaza sono affollate da piccoli accampamenti di giornalisti, e tra l’erba alta emergono i trespoli delle telecamere e le sagome concave delle parabole. Tutte le strade di accesso a Gaza sono sbarrate, ed è impossibile avvicinarsi alle postazioni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="note_content clearfix">
<div>E’ difficile raccontare com’è una guerra vista da vicino, quando sei lontano. Le colline intorno a Gaza sono affollate da piccoli accampamenti di giornalisti, e tra l’erba alta emergono i trespoli delle telecamere e le sagome concave delle parabole. Tutte le strade di accesso a Gaza sono sbarrate, ed è impossibile avvicinarsi alle postazioni di artiglieria annidate tra le colline. Sentiamo i colpi, potenti, e pochi secondi dopo lo sbuffo silenzioso tra le case di Gaza City: devi immaginare i rumori, le urla, l’odore. La guerra che facciamo noi è quella con la polizia che controlla gli accessi, è quella delle sirene d’allarme. Ieri stavamo mangiando un panino a Sderot, le sirene hanno suonato, il bar si è svuotato. Il cassiere è rimasto sorpreso quando sono andato a pagare, c’è un’abitudine fatalistica anche agli allarmi, e probabilmente si stava chiedendo quanti dei clienti sarebbero tornati indietro a fare il proprio dovere. Il missile è caduto a trecento metri, davanti a una fermata d’autobus deserta. Stamattina un altro è caduto a duecento metri dall’albergo, ad Ashkelon: siamo corsi, e abbiamo visto da vicino il terrore di due donne, illese. Il nostro riposo è una stazione di servizio, dove si mangia la sera, condivisa con i soldati israeliani che affollano il take away. Ragazzi, ragazze, riservisti con la pancia dei quarant’anni. I militari nostri vicini di tavola, ieri sera, dovevano essere drusi, per come parlavano fluentemente l’arabo con gli inservienti della cucina: una scena che da sola spiegava della guerra molto di più di tanti servizi ed editoriali. Le televisioni sono sempre accese, e ieri sera uno speciale ha ricordato i militari caduti: il filmato di quando il ragazzo biondo si era sposato, l’intervista alla giovane vedova, il pianto di un fratello, il dolore sobrio di un padre che ha combattuto troppo guerre, ed ha perso quest’ultima. Se conosci Israele, li capisci. Ma se conosci Gaza, sai che cosa sta succedendo. Ne conosco le strade, il mercato del pesce, i campi profughi, la moschea dove predicava Yassin, la casa di Rantissi, i campi sportivi delle parate, le sedi politiche: Gaza sembrava bombardata anche nei momenti migliori, è facile immaginare cosa sia adesso. Dai suoi bordi, o dai bordi di Israele, hai la sensazione di raccontare sempre la stessa storia. Mi ricordo in queste ore dei palestinesi che sparavano dal tetto della Basilica di Betlemme, usando il luogo della cristianità come scudo, ed esca invitante. Mi ricordo il rapimento della pattuglia ai confini del Libano, l’estate di tre anni fa, e la strage di Cana, e le tattiche Hezbollah: è facile fare resistenza quando anche i tuoi stessi morti sono una vittoria. I Qassam adesso, e allora ai missili di Hezbollah, sono solo un pretesto, un sovrappiù, facciano morti o non ne facciano, il segreto della vittoria amorale sta nella reazione che provocano, e nei guasti utilissimi che la reazione procura. Conosco anche l’Italia, che sussulta per Jabailja ma ignorò Srebrenica, e non si scompose per Milica Rakic la bambina di tre anni uccisa a Belgrado ( per non dire dei morti nella televisione di stato e dell’ambasciata cinese, e delle bombe a grappolo su Nis), e solo perché eravamo noi a bombardare – e un governo presieduto da D’Alema- , senza che nessuno lo avesse fatto prima contro di noi. E allora racconto quello che vedo senza speranza alcuna, ma anche senza abitudine. Perché mi pare che Israele non abbia appreso davvero la lezione del Libano, e questo mi sorprende. Mi sembra sia caduta in una trappola. Ad Hamas bastano una dozzina di missili al giorno per dimostrare che c’è, e il piombo dei Qassam non si fonde. Israele, in cambio, assesta colpi duri ma nel dedalo di Gaza è un gioco tremendo da ragazzi farsi scudo dei civili. La tregua, assaporata per tre ore al giorno, arriverà, ed è una corsa a raggiungere i propri obbiettivi, prima. Hamas può essere indebolita, ma non cancellata, l’unica sconfitta possibile è quella che può venire dal rifiuto della sua stessa popolazione. Allora, più che gli obbiettivi militari, Israele farebbe bene a lavorare alla propria imamgine, anche nella Striscia, e forse a lavorare su se stessa. Un’organizzazione non governativa israeliana i Physicians for human rights ha lanciato una raccolta di fondi per gli ospedali di Gaza. Servono 700mila dollari per tutto: gas medici, anestetici, guanti da chirurgo, cateteri, letti per rianimazione, ossigeno. Sono stai raccolti finora 100mila dollari, e principalmente tra gli arabi israeliani. Il governo dovrebbe mettere i 600mila che mancano, e dovrebbe spingere l’esercito ad aprire i propri ospedali da campo alle vittime civili, Non basta cercare di evitare i danni collaterali, e dichiarare orgogliosi la volontà di farlo, quando si sa che è impossibile. Occorre uno sforzo umanitario più grande che può non oscurare la legittimità dell’autodifesa – quanti nel mondo presero i Qassam come una minaccia, o almeno come un campanello d’allarme ? Convivesse pure Israele con le sue paure, come una colpa da pagare…- ma medicare la sua inevitabile prepotenza, davanti a un nemico che proprio questo cerca. Perché per un paese democratico e per una forza armata che non deroghi, neanche nei conflitti più brutali, ai principi morali su cui si fonda, la difesa dell’onore è anch’essa una difesa collettiva della sopravvivenza dei propri cittadini, minacciati dai danni collaterali quanto e più che dai Qassam. Meglio non ci siano guerre, ma se vi si è costretti, mai assomigliare al nemico, specie se quella è la trappola cui il nemico ti invita. Quando l’orrore ti contagia, ad Abu Ghraib come in un villaggio afghano, a Guantanamo come a Jabaylia, conta poco che per la ragione quell’orrore sia un errore, una vergogna da giustificare o dimenticare, mentre invece per il nemico il proprio orrore, l’attentato suicida o l’esecuzione di un ostaggio, sia da esibire compiaciuto. Il risultato è che il terrorismo vince, quando ti obbliga a giocare sul suo terreno, usando i bambini come un nascondino innocente e tremendo. </div>
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		<title>Ho pensato di nuovo a lui, in questi giorni</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jan 2009 12:51:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[alberto torregiani]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho pensato spesso a lui, negli ultimi tempi. Ogni volta che la cronaca ha raccontato quegli episodi, rapine in villa o assalti a un negozio, che riaccendono il dibattito sulla sicurezza, sulla legittima difesa, sull’impunità di bande straniere. E ho pensato a lui, ad Alberto Torregiani, come a una reliquia di un tempo lontanissimo, dimenticato, che sembra aver insegnato poco, e lasciato dietro di sé solo mute testimonianze. Un tempo che sembra, a rievocarlo adesso, una preistoria segnata da riti crudeli, da idee assolute, da protagonisti feroci, tutte cose che sembrano non appartenerci più, al punto da sembrare estranei, una cosa altra da noi. Al nostro tempo appartengono, anche quando è una cittadinanza intollerabile, altre storie, altri protagonisti: la violenza di rapinatori che parlano un’altra lingua, la minaccia di un terrorismo che ha reso il mondo un villaggio globale nel quale la vicinanza è minacciosa, e non c’è guerra che non finisca per riguardarci, per coinvolgerci, anche quando non siamo noi a dichiararla, a volerla. Allora, nel tempo che è stato di Alberto Torregiani ed è stato anche nostro, tutto era più piccolo: il terrorismo parlava la nostra lingua, ed era cresciuto nella nostra stessa religione, nella nostra stessa cultura. Le vittime e i carnefici avevano fatto le stesse scuole. E lo stesso banditismo aveva finito di essere, se mai lo era stato, la scorciatoia verso una ricchezza che aveva escluso tanti: perfino i criminali comuni si ammantavano di slogan politici, e i terroristi politici non scartavano le rapine, come un mezzo brutale e sbrigativo di finanziamento, rivestito da esproprio, da redistribuzione sanguinosa della ricchezza. Era un mondo in cui la vita valeva meno. La vita di tutti, fossero un agente di polizia o un carabiniere, un commerciante o uno studente, un dirigente d’azienda o un caporeparto, un giornalista o un passante, un avversario politico o un amico che tradiva la lotta. Era un mondo che aveva giocato con le parole, rivoluzioni e colpi di stato, e con gli slogan, nelle manifestazioni. Oggi ci scandalizziamo per uno striscione nelle curve di uno stadio, allora era un brusio incessante, sulle bocche e sui muri, sui volantini e sui giornali, che minacciava di farsi azione, e lo diventava. Adesso certe parole d’ordine sembrano rivelare solo il disagio psichico di chi le traccia sugli striscioni, e più spesso la voglia inconfessata di scandalizzare, di fare notizia, di scuotere e turbare. Allora le parole d’ordine erano un annuncio, una promessa, qualche volta diventata realtà. Tutto questo costò molte vite, come in un frullatore impazzito della storia: nomi presto dimenticati, o rimasti simboli d’onore e di vendetta per schieramenti avversi, targhe e lapidi a un angolo di strada, e diventati infine lutti e memorie privati, quando il nostro piccolo mondo ha voltato pagina. Siamo stati indifferenti ? No, quel mondo finì di esistere e di contare i morti e di autodistruggersi perché una grande maggioranza dei cittadini e le loro istituzioni tennero duro, perché una classe politica oggi vituperata seppe portare fuori il paese da quel furore, perché i partiti e i sindacati fecero la loro parte, e perfino il buon senso contribuì, assieme all’orrore per tutta quella violenza, a far riporre i sogni nei cassetti, a una generazione che aveva sognato con troppa facilità. E finì di esistere perchè era un mondo che, nonostante tanti proclami, era rivolto all’indietro, al passato, a ideologie che stavano già agonizzando. Basta percorrere l’atlante con l’indice per capire quanto vecchio fosse quel mondo nuovo, se guardiamo alla Cina o alla Russia di oggi, a Cuba e al Cile, al Medio Oriente e al Vietnam, all’Angola o al Sudafrica. Di quel tempo sono stati raccontati, per immagini e per parole, molti ritratti. Spesso restituiscono con efficacia l’atmosfera di quegli anni, fissata in icone: l’autonomo piegato con le mani che impugnano una pistola, il corpo di Aldo Moro nel bagagliaio di un’auto. Ma quello che inevitabilmente sfugge è la misura di cosa fosse allora la vita quotidiana, e come uccidere e morire fosse diventata una cosa normale, in una sala d’attesa di una stazione o ai bordi di un comizio, sulla porta di casa o del negozio. Qualcuno, sì, si ostina a considerarli anni radiosi. Del resto non furono gli intellettuali di allora, a brillare per comprensione delle cose, per capacità di intuire che in ballo era non la bilancia tra contestazione e repressione, ma la stessa democrazia, e le sue regole di convivenza. E non sono gli intellettuali di adesso a restituire come un promemoria per quelli che sono venuti dopo l’eredità di dolore e di lezioni che quel tempo ha lasciato dietro di sé. Per questo è preziosa la testimonianza di uno come Alberto Torregiani. Perché giunge come un mormorio limpido e terribile da un tempo dimenticato, e colpevolmente, ingiustamente dimenticato. Ci si divide su resistenza e guerra civile, sull’esistenza dei giusti e sulle leggi razziali, sulla natura delle nostre guerre lontane. Ci dividiamo sul mondo di oggi, sull’Iraq o sull’Iran, sulla globalizzazione e il debito estero, sull’America e l’idea che abbiamo dell’Europa, sul multiculturalismo e i valori occidentali. Ma su quel passato prossimo c’è una sorta di silenzio, di riserbo. Comprensibile, perché sono ferite fresche, e spesso scomode, imbarazzanti. Perché è facile parlare della ferocia delle bande slave, o del fanatismo dei fondamentalisti. Più inquietante riconoscere la ferocia che è stata nostra, il fanatismo che è stato nostro. E Alberto Torregiani con la sua mite e sconvolgente testimonianza, è un messaggio in bottiglia, sono le parole del naufrago dimenticato, è il relitto di un nostro naufragio collettivo. Ho esitato, adesso, a scrivere la parola “relitto”, nel timore che potesse contagiare, in qualche modo, l’idea che il lettore si può fare della vittima Torregiani Alberto. Perché l’autore di questo libro, il messaggero di questa testimonianza è una persona, invece, forte e serena. Ed è proprio questa sua normalità a rendere inquietante la sua presenza tra di noi, a rendere duro il suo racconto. Perché se invece suscitasse, Torregiani, la pena che pure qualche volta, anche dissimulandola, proviamo per la persona che porta i segni di una malattia, in qualche modo avremmo pagato il prezzo della nostra quieta normalità, del nostro essere sopravissuti a tutto, incuranti, e dimentichi. No, in qualche modo non siamo noi a guardare dall’alto in basso Alberto Torregiani seduto su una carrozzella, non siamo noi a distribuire, ritti in piedi, un po’ di pietà a chi è seduto per sempre. No, è lui ad avere una sorprendente, tranquilla forza, una specie di serenità che non teme di lasciar intravedere le ferite dell’anima, e che guarda e racconta con uno sguardo forte e pietoso nello stesso tempo. Ha conservato la stessa innocenza che lo accompagnava quel 19 di febbraio del 1979, quando nacque a una seconda vita nel giorno del suo sedicesimo compleanno. Una seconda vita segnata da un caso balistico, che ha il sapore dell’oltraggio: il proiettile che lo uccise e lo fece rinascere venne sparato per salvarlo, per proteggerlo, per salvare il suo destino di ragazzo, bravo a giocare al pallone. E’ diventato un’altra cosa, un altro uomo: non sfuggì a quel proiettile, ha saputo sfuggire al rancore. Come e perché è lui a raccontarcelo. Noi, semplicemente gli siamo grati per essere quello che è, e per come ci aiuta a ricordare, esistendo e scrivendo, i giorni in cui era possibile, e dunque accettabile come razionale parte delle nostre vite, quello che successe il 19 di febbraio di ventisette anni fa. E’ un libro che dovremmo leggere tutti, e più ancora i giovani che non c’erano, perché imparino dove conduce l’odio, e capiscano la forza dell’innocenza. Non sarebbe male lo tenesse, questo libro, sul comodino anche Battisti , perché le cose disarmate che dice sono più forti di ogni estradizione, di ogni condanna, di ogni fuga.</p>
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		<title>L&#8217;osteria da Pozzo</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Jan 2009 05:40:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa succede quando muore una bottega ? Forse nulla, o nulla in confronto alla scomparsa di una persona. Sono sempre stato tentato, davanti alla sempre uguale litania – necessaria e giusta, ma quanto impotente e ripetitiva – dopo una morte sul lavoro, di aspettare un po’. In fabbrica, o nel cantiere, la vittima sarà inevitabilmente sostituita. Ma in una casa, in una comunità, in un paese, resterà per sempre un vuoto, un’assenza, uno spazio di parole, di gesti, di abitudini, di amore non colmabile: ognuno di noi è irripetibile, nel suo piccolo. Allora è quasi un lusso rimpiangere quattro mura, un’insegna, qualche persona dietro un bancone, e qualche altra seduta ai tavoli. Ma voglio condividere con voi questo lusso melanconico. Nel piazzale di periferia in cui sono cresciuto sta per chiudere, forse, una vecchia osteria. Il malridotto edificio che la ospita, al pianterreno, è stato veduto, e chi l’ha comprata, con buon diritto, vuole destinarla ad altro. L’osteria si nota a malapena, per chi passi frettolosamente, e specie in automobile, diretto verso il centro della cittadina o allontanandosene. L’insegna è una insegna luminosa sbiadita: “Pozzo”. Sotto, a caratteri vecchi ma non antichi, c’è scritto “Vini, liquori, alimentari”. Il locale ha una vetrata che porta a una saletta laterale, una vetrina poco utilizzata e una porta a vetri che è il vero ingresso. Dentro, tutto è rimasto uguale, da decenni. Mentre tutti gli altri si affannavano a rinnovare i locali, a investire in banconi di vetro, plastica e acciaio, da Pozzo tutto è rimasto uguale. Ci andavo da bambino, a prendere l’olio per mia madre, con la bottiglia in mano (si produceva meno immondizia, allora, compravi l’olio a mezzo litro alla volta, e sempre con la stessa bottiglia), e restavo ogni volta affascinato da quei cilindri che sotto la spinta della pompa lasciavano intravvedere un fantastico movimento di bollicine. Ecco: non c’è più quel distributore di olio, e non ci sono più i cassettoni della pasta, che veniva venduta anch’essa a peso – gli spaghetti lunghissimi venivano spezzati a metà, e ogni tanto veniva messo in vendita quel che restava sul fondo dei cassettoni, una specie di pasta rinfusa che faceva la sua bella figura nelle minestre – ma per il resto è quasi tutto uguale: i banconi di marmo, la bilancia, l’affettatrice rossa e lucente. E’ cambiata ovviamente la merce: non ci sono più le grandi latte di tonno e di sardine, tutto si è come miniaturizzato, per famiglie più piccole, imballaggi che sanno un po’ di solitudine, o di diete minuziose. Sono cambiate le persone. Il mio oste si chiamava Giordano, era allegro e burbero. Piccolo di statura, indossava sempre un grembiule nero, serviva ai tavoli il prosciutto praga e il gorgonzola come se l’avesse appena fatto lui, con una soddisfazione orgogliosa che annunciava il piacere del cliente. In quell’osteria mi sono sentito grande per la prima volta, quando Giordano a mezzanotte abbassò la saracinesca e mi imbandì gratis la tavola, pur di parlare con me di suo figlio, che portava i capelli lunghi come i miei, e non voleva parlarne. In quell’osteria ho visto sfilare le generazioni del mio piazzale, e ho in mente una galleria di tipi che sembra uscita da qualche romanzo di Steinbeck, o di Faulkner, in certe ore e anni più duri. E’ stato un piccolo mondo che è rimasto fermo, quando in mezzo tutto cambiava: era un piazzale di scaricatori del mercato ortofrutticolo e di immigrati meridionali, adesso è lambito dall’immigrazione africana, e quello che noi chiamavamo il grattacielo ha l’aspetto di una modernità lisa, come la residenza per anziani che ospita al primo piano. Quando ho nostalgia di quel mondo scomparso, vado da Pozzo come per un rito solitario. Non c’è più Giordano, e da più di vent’anni dietro il bancone ci sono tre sorelle gentili – Gianna, Luigina, Armanda, e la loro cognata Loredana- ma il prosciutto e quello che qui chiamiamo “formaggio verde” sono rimasti gli stessi. Gli avventori sono invecchiati con il locale, e sono –siamo- un po’ fuori dal tempo anche loro. Altrove sono sorte nuove osterie, e c’è perfino un comitato che le difende. Ma sono, in genere, imitazioni. Come i basti dei buoi e le ruote dei carri negli agritur: quando il mondo contadino cita se stesso, vuol dire che è finito. Se chiuderà, Pozzo, che fine faranno quegli scaffali, e quel mobile frigorifero che campeggia come un altare nella saletta ? Quando me lo sono chiesto, ho scrollato le spalle, è come quando mi chiedo che fine faranno, dopo di me, tanti ricordi inutili, tanti oggetti che hanno un significato solo per me, dopo di me. C’è una sola cosa che vorrei fosse conservata, dell’osteria Pozzo. Il gradino di ingresso, in pietra. Ha una curva insolita, sembra una piccola “u” scolpita da tanti passi, fieri o incerti, allegri o pensierosi. Tante scarpe sobrie o ubriache hanno varcato quella soglia, fino a lasciare una specie di impronta collettiva, lucidando e consumando la pietra. Tanti passi perduti, di gente che non c’è più, ma ha lasciato una traccia indelebile di sé. Ne avessi l’autorità, in mezzo a tanti monumenti inutili, salverei quel gradino, lo piazzerei in mezzo all’inevitabile rotonda che ha cambiato la geografia del piazzale, come un cippo di memoria minore. Nessun taglio di nastro, solo un brindisi a tutto quello che scompare.</p>
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		<title>Ultima lettera dalla collina</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jan 2009 13:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;altra sera tornavamo, stanchi, dalla collina verso l&#8217;albergo di Ashqelon. Lavoro finito, e il silenzio, tra me e Garo, di chi deve decidere se ha più fame o sonno. A un tratto ho visto in mezzo alla strada una macchia bianca. Non andavamo veloci, perchè Garo, il mio operatore armeno non guida veloce, e l&#8217;auto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;altra sera tornavamo, stanchi, dalla collina verso l&#8217;albergo di Ashqelon. Lavoro finito, e il silenzio, tra me e Garo, di chi deve decidere se ha più fame o sonno. A un tratto ho visto in mezzo alla strada una macchia bianca. Non andavamo veloci, perchè Garo, il mio operatore armeno non guida veloce, e l&#8217;auto è grossa e pesante, carica di attrezzature. Ma non c&#8217;è stato il tempo di pensare, solo di registrare, velocemente, che la macchia era un gabbiano, e all&#8217;ultimo momento che era un gabbiano vivo, immobile. Troppo tardi per sterzare, il tempo di un&#8217;imprecazione, e gli siamo passati sopra. Era chiaro che Garo stava ancora peggio di me. Per tutta la strada non ha fatto altro che parlare di questo . Mi ha raccontatto di quella volta che stava girando delle immagini in campagna, un contadino seguito da un asinello e a un tratto l&#8217;asinello aveva dato una scarto e aveva attraversato la strada proprio mentre passava un&#8217;auto. Era stato urtato malamente, e aveva arrancato di nuovo, ragliando di dolore, sul sentiero, lontano dall&#8217;asfalto. Il contadino non si era neppure girato a guardarlo. “Credo temesse che quello dell&#8217;auto tornasse indietro, a chiedergli i danni”, mi ha detto Garo, e così faceva finta che l&#8217;asinello non lo riguardasse. Garo era andato a dormire soffrendo all&#8217;idea di quell&#8217;asinello senza veterinario, senza parole, senza medicine, senza lo sguardo del padrone. Gli ho raccontato di quella volta che a Ostia ho trovato un gabbiano con un filo da pesca che gli penzolava dal becco, e di come lo portai in una clinica veterinaria, dove non sapevano cosa fare, perchè al massimo avevano esperienza di pappagallini. Gli avevano fatto un&#8217;iniezione per alimentarlo – era indebolito da un digiuno lungo e forzato- e il mattino dopo ero tornato a prenderlo e in una scatola di cartone lo avevo portato alla Lipu. Poi avevo telefonato per sapere qualcosa, e mi avevano risposto che dalla radiografia risultava che l&#8217;amo era incagliato nello stomaco, in profondità, e che l&#8217;unica speranza era che lo espellesse da solo. Non ho più telefonato, ho raccontato a Garo, per nona vere brutte notizie e perchè nonostante tutto nona evo fatto a tempo ad affezionarmi al gabbiano, che continuava a sfondare il coperchio della scatola di cartone con il suo becco temibile, e facevo fatica a guidare con una mano sola. “Era un gabbiano senza nome, Garo, e i gabbiani sono una specie forte e colonizzatrice, popolano campi e discariche, ormai”. Non credo che quei racconti servissero a molto, e in silenzio abbiamo deciso di aver più sonno che fame. <br />
Se uno sta male a investire un gabbiano, cosa gli succede se uccide un innocente ? Mi sono sempre chiesto in questi giorni, quale sforzo debbano fare non i guerrieri di Hamas, che coltivano la morte, ma i soldati di Tsahal, che vogliono vivere. Ed è per questo che spero finisca presto, anche. Perchè se uno moltiplica le vittime civili, e i loro parenti sopravvissuti, e i feriti e le ferite che si porteranno dentro, e i loro parenti, e quelli che sopravviveranno ma non dimenticheranno quello che hanno visto, c&#8217;è da aver paura. E se uno pensa a chi ha ucciso per sbaglio, fosse pure per evitare di venire ucciso, o per spezzare l&#8217;incubo dei missili sulla testa della tua gente, è facile capire che le cicatrici lasceranno un segno. Non l&#8217;abitudine, non l&#8217;indurimento, questo non lo credo. Ma un segno lo lasceranno, e non è un bel segno. Per questo spero che si passi presto a combattere, visto che non c&#8217;è il cessate il fuoco, con le armi corte, e perfino con i coltelli, se serve. A tu per tu, nel modo intimo che l&#8217;odio e la vendetta meritano, guardandosi negli occhi. Perchè guai per Israele, se accettasse che ci sono prezzi che si possono pagare, che bisogna rassegnarsi a pagare. E guai se non ci si fermasse sulla soglia di tanti cuori palestinesi, se non gli si desse modo di pensare, di ripensare, di ribellarsi alla follia di Hamas, se non ci fosse, rapida , la capacità di azzerare la minaccia e tirarsi fuori e lasciare Gaza davanti al suo specchio infranto, a regolare i conti con se stessa. Cercando un pertugio, uno spioncino nella rete, il giorno dopo, in una stradina di campagna in vista di Rafah, mi sono imbattuto in una storia che avrebbe fatto felice un buonista, ma nell&#8217;auto c&#8217;eravamo solo io e Garo. Un furgoncino ci ha affiancati, e dal finestrino un ragazzo ci ha chiesto, in israeliano, se davvero eravamo della televisione. Riconoscendo l&#8217;accento, Garo gli ha risposto in arabo. E l&#8217;altro ha detto che voleva mostrarci come lui e i suoi amici vivessero in pace con gli israeliani, lì vicino. L&#8217;abbiamo seguito, attraverso i campi di un&#8217;azienda agricola enorme, distese di pomodori a perdita d&#8217;occhio, e dopo le nuvole di fumo sopra Rafah. Ci ha portati in un cortile vasto, ai bordi di un capannone dove i rumori degli attrezzi dei meccanici spezzavano la nenia di una radio che diffondeva una preghiera islamica. Erano una ventina di operai, arabi e israeliani. Tutti amici, e non solo davanti alla telecamera capitata lì per caso. Il ragazzo che ci aveva portato ha la madre di Gaza, e uno zio che vive ancora lì, grazie a Dio ancora indenne, ha aggiunto. Gli abbiamo chiesto dei Qassam, delle vittime civili, di Hamas. Avevano risposte laconiche e uguali, gli uni e gli altri. “Sì, ne parliamo tra di noi, e pensiamo che questa storia fa male a tutti”, ha detto un israeliano. Il ragazzo arabo, che ha continuato a essere il più esuberante di tutti è arrivato a dire che Hamas non è araba, in un&#8217;affermazione di orgoglio, ma non risparmiava le critiche a Israele: “Vuole uccidere Hamas ? Ha ragione , fa bene. Però non deve pensare che siamo tutti di Hamas, non deve uccidere gli altri”. Non era quei dibattiti formali, con convenevoli e liti già scritte. Erano operai che facevano rimpiangere la lotta di classe, al tempo delle guerre di religione. Quando siamo tornati verso la strada asfaltata, avevamo la sensazione di esserci imbattuti in un&#8217;oasi rustica. “Mi sembra una Nevè Shalom operaia”, ho detto io, ricordando quel villaggio dove ebrei, musulmani, cristiani vivono insieme, e che non ho mai visitato. “Quelli sono hippie che hanno l&#8217;età nostra”, ha detto Garo. “Sai cosa dice mio figlio giovane ? Che tutti i pazzi di tutte le religioni vanno ad abitare lì”. “Bè, sono pazzi ma almeno non fanno la guerra”. “Toni – mi ha detto Garo- uno come te non ci resterebbe neanche un giorno, lì. Sai perchè ? Perchè non hai la coda di cavallo, sei poco credibile come vecchio pacifista”. Abbiamo riso, anche per mascherare l&#8217;imbarazzo di quell&#8217;oasi operaia così difficilmente catalogabile, vicino ai rumori della guerra. “Ma ci sarà gente così anche a Gaza, no ?”. “Sì ma non li intervistano, o se li intervistano dicono altre cose. Poi, sotto le bombe è difficile andare per il sottile”. Insomma, abbiamo lasciato quell&#8217;angolo di campagna come fuori dal mondo, anche se i cappelli di paglia coloratissimi di un gruppo di donne che raccoglievano i pomodori ci ha fatto rallentare, e abbiamo chiesto da dove venissero. Thailandesi, ci ha risposto il caposquadra. Non è neanche questione di proletariato, allora, perchè i proletari lì, non erano più né gli israeliani né gli arabi. Siamo stati zitti, anche quando abbiamo incrociato una lunga fila di motociclisti con i giubbotti di cuoio, i chopper, e le bandiere israeliane al vento. “Garo, sotto i caschi hanno le code di cavallo pure quelli”, ho detto io. “E anche tu, se non avessi i capelli ricci, potresti fartela, la coda, forse siamo un po&#8217; fuori dal tempo”. Garo è stato zitto, ma capivo che stava pensando come dirmi qualcosa. Era di nuovo buio quando me l&#8217;ha detto: “Stanotte ho sognato il gabbiano. E&#8217; venuto a dirmi che era colpa sua, così fermo in mezzo alla strada, che io non avevo colpa”. “Sai – gli ho risposto- non mi era mai capitato di vedere un gabbiano così, fermo sull&#8217;asfalto. Corvi, magari, a cercare qualche resto di ricci, sì. Ma gabbiani mai. Forse era intontito dalle esplosioni”. Abbiamo rallentato, prima del punto dell&#8217;investimento. Non c&#8217;erano tracce. “Garo, forse è sopravvissuto”. “No, te l&#8217;ho detto che l&#8217;ho sognato. Quel che restava, se lo sono portato via le volpi”</p>
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		<title>Lettera dalla collina 4</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 14:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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Che la quarta settimana di guerra sarebbe stata differente, lo si è capito nel week end. La stazione di servizio che è il retrovia di tutto quanto si è riempita di parenti in visita al fronte. E una buona parte erano parenti di riservisti. Hanno fatto dei pic nic sui tavolini all’ aperto, perché c’era [...]]]></description>
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<div>Che la quarta settimana di guerra sarebbe stata differente, lo si è capito nel week end. La stazione di servizio che è il retrovia di tutto quanto si è riempita di parenti in visita al fronte. E una buona parte erano parenti di riservisti. Hanno fatto dei pic nic sui tavolini all’ aperto, perché c’era il sole e i posti all’interno erano tutti occupati dalla solita clientela di giornalisti, producer, abitanti dei dintorni. E anche perché erano, quei gruppi familiari, gli unici disinteressati alle notizie che la televisione snocciolava, all’interno. Volevano stare per conto loro, attorno a grandi contenitori di plastica con il cibo portato da casa. C’erano madri, padri, sorelle, fratelli, figli, fidanzate, fidanzati. E da come si sono salutati si capiva che era giunto il momento dei riservisti.. Ho cercato di rimanere freddo, e di pensare che qualcuno di quegli uomini andava a macchiarsi di qualche morte di civile, e che non vuol dire nulla se hanno volti per bene e buone maniere, anche i nazisti stavano ad ascoltare musica classica accarezzando un cane lupo. In realtà li conosco abbastanza per sapere che faranno di tutto per evitare morti civili, anche se in guerra poi comanda la paura, l’incertezza, la fretta. E rimane, pur nell’orrore che noi anestetizziamo quando parliamo di “danni collaterali”, una bella differenza tra il colpo sbagliato da un carro, da un elicottero, da un aereo, e il colpo sparato a vista, deliberatamente, alla morte del civile come obbiettivo, come succede per i terroristi suicidi, o per i Qassam. Una cosa è chiara, nei mozziconi di parole che scambiamo: che vanno al fronte per difendere le loro vite, e quelle di chi gli è caro. Messi tutti insieme, quei mozziconi di parole dicono che Israele non si fermerà fino a quando la capacità di lancio dei Qassam non sarà azzerata, e fino a quando la capacità di rifornirne gli arsenali non sarà distrutta. Sono obbiettivi chiari, ed elementari. Il bilancio che noi facciamo è innanzitutto il bilancio delle vittime. Il bilancio che Israele sta facendo è un altro: oggi, martedì, a metà giornata i missili caduti su Israele sono 6. Non so quale sarà il bilancio a fine giornata, ma il numero dei missili, tre settimane fa, era di 50/60 al giorno. Ed erano lanci più precisi. Hamas li lancia di giorno, perché di notte sarebbero più facilmente individuate le postazioni di lancio, e perché di giorno è più facile colpire i passanti israeliani. Ma adesso ha dovuto arretrare le proprie postazioni, e cambiarle. Spara – l’ho visto con i miei occhi- da zone abitate, e cambiando postazioni ogni volta. Ciò vuol dire che deve cambiare ogni volta le coordinate di lancio, rinunciando al know how consolidato da correzioni che aveva accumulato prima del conflitto. E deve farlo in fretta: si calcola che adesso i lanci vengano effettuati in 91 secondi, e poi, via, corrono al riparo: l’imprecisione è massima. Quanto agli arsenali, sono molti i tunnel bombardati, ma ne restano decine e decine. Da quando gli israeliani hanno abbandonato la Striscia – nessuno lo ricorda, ma è successo, no ?- quella dei tunnel è diventata una vera industria. C’è chi ne ha scavati gestendoli come si gestisce un ponte privato: ogni kalashnikov passato costava 5 dollari, ogni stecca di sigarette tot dollari, ogni gallone di benzina tot dollari (l’unico prezzo che mi ricordo, nelle fluttuazioni di mercato era quello dei kalashnikov, appunto). C’è chi si è rifatto dell’investimento in pochi giorni, chi è diventato ricco e poi ha dovuto pagare tasse ad Hamas, chi si è specializzato in certi articoli, chi ha venduto il tunnel a qualche fazione combattente, e chi se ne è visto espropriare dal più forte. E le armi da dove venivano ? Dall’Iran, attraverso le rotte dei beduini. E i funzionari, e le frontiere ? I soldi comprano tutto. A proposito di frontiere, e di ipocrisia delle guerre: in questo conflitto senza profughi, poco rilievo al fatto che l’Egitto non ha aperto la sua frontiera alla popolazione di Rafah. A proposito di ipocrisia delle guerre: nessuno ha raccontato che due terzi dei coloni che dovettero abbandonare i settlements della Striscia – sì, se ne andarono, torno a ricordarlo- non hanno ancora ricevuto una sistemazione abitativa, in Israele. Se ne andarono spesso distruggendo quel che si lasciavano alle spalle, perché non ne godesse più nessun altro. Mi è tornato in mente quando ho sentito di case, nella Striscia, abbandonate dagli abitanti in fuga, con il rubinetto del gas aperto, perché i soldati di Tsahal esplodessero, entrandovi. Ma credo fossero i miliziani di Hamas ad averlo fatto, perché gli abitanti se ne vanno sperando di tornare, diversamente dai coloni. La domenica è stata animata, a Sderot, dall’arrivo di uno strano cronista. Vi ricordate Joe the Plumber, l’idraulico che animò per un po’ le presidenziali americane ? E’ arrivato qui, da inviato di un network dell’Ohio. Non si è smentito: ha visitato i luoghi colpiti da Qassam, ha assistito a qualche allarme (io ci sono abituato, quello cui non riesco ad abituarmi, nonostante pensi continuamente a Gaza, è che gli alunni di Sderot, diversamente da quelli di Ashqelon ed altri, sono recordman della corsa nei rifugi: loro hanno fatto l’abitudine, sono bravissimi) e ha rimproverato la stampa internazionale di non capire nulla, di fare propaganda, di castigare il diritto all’autodifesa. In Israele c’è un bel dibattito, le Israel Defence Forces sono al terzo posto su You Tube, nel mondo, per clic sui loro filmati, Amira Has racconta le sofferenze dei palestinesi, la designazione di un corrispondente di guerra di Al Jazeera come “eroe” personale di Gydeon Levi ha suscitato reazioni. Da quel che riesco a vedere io, Al Jazeera si trova la propaganda servita sul vassoio d’argento, e più in là non sa e non vuole andare. Ma può darsi che invece abbia dato notizia, e a me sia sfuggito, dei volantini distribuiti a Ramallah in cui si denuncia l’esecuzione sommaria di membri di Al Fatah nella Striscia in questi giorni, come della richiesta di un dirigente palestinese di processare Hamas per “crimini di guerra”. Credo ch ei riservisti andranno a presidiare quella linea che dal confine porta a Netzarim, ex settlement, e al mare, che taglia la Striscia in due e impedisce il rifornimento degli arsenali. Impiegarli significa che ci sarà anche una quarta settimana. Perché sono professioni, posti di lavoro che restano vuoti, e il loro impiego significa che il paese, pure in misura minima, è entrato in guerra. Avrebbero potuto finire il lavoro con la grossolanità dell’aviazione, degli elicotteri, dei thanks. Avrebbero potuto fare il lavoro sporco come fecero i libanesi attorno al campo profughi palestinese, o i siriani per reprimere un complotto sannita fondamentalista in una loro provincia. Se ci mettono i riservisti è per tentare di fare le cose con minuzia, senza fretta. Con la consapevolezza di un paese democratico: lo sanno tutti che i riservisti sono i primi a denunciare qualcosa che non va, a raccontare ai reporter, a fare foto e filmini. Molte cose non sono andate, finora. D’ora in poi sapremo meglio, se, quali e come. Quando, nel piazzale della stazione di servizio, hanno salutato le famiglie sono stati saluti sobri, senza lacrime. Ma la cura che le donne mettevano nel confezionare quel che era avanzato, del pasticcio o del dolce, perché venisse portato al fronte, diceva tutto. </div>
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		<title>Lettera dalla collina 3</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 16:45:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo il quarto o quinto posto di blocco abbiamo trovato una strada che piegava a destra, e dunque verso Gaza, libera. E l’abbiamo presa, come fossimo due turisti attirati dal cartello giallo che prometteva qualche curiosità archeologica o naturalistica, questo non era chiaro. Dopo duecento metri ci hanno fermato, e siamo tornati indietro, con la consolazione che a farci fare dietrofront era stato un giovane soldato che, quando ha visto il tesserino stampa, ha sorriso chiedendo se fossimo di Canale 5. Famiglia italiana, di Ferrara, ma ormai pochissime parole di italiano. Gli ho citato il “Giardino dei Finzi Contini”, ma non sono sicuro abbia capito. Siamo tornati indietro e mentre pensavo che mancano meno di tre settimane alla Giornata della memoria, e mi chiedevo che giornata sarà, ho visto un gruppo di soldati che faceva capannello intorno a un tavolino, all’aperto. Siamo scesi dall’auto, con la telecamera, e nessuno ha chiesto di non essere ripreso. Dietro al tavolino c’era un civile con un po’ di arnesi sparsi in mezzo a un mucchio di scatole di cartone. Era il tecnico di una compagnia di telefonini israeliana, che ha mandato un piccolo laboratorio ambulante lungo la frontiera, a riparare i telefonini guasti e a regalarne di nuovi, quando non si possono aggiustare. Il risultato era che nel prato lì attorno gironzolavano una decina di soldati che finalmente chiamavano casa, genitori o figli, ragazze o amici, in un brusio incomprensibile e felice. Approfittando dell’occasione, mi sono messo accanto al tecnico, dalla sua parte del tavolino, e ho chiesto se qualcuno potesse spiegare in due parole, a un’opinione pubblica internazionale confusa e divisa, perché erano lì. Mi hanno guardato tutti, ma solo uno ha detto, scusandosi, che non avevano voglia di rispondere. Non è diffidenza, e neanche indifferenza. E’ solo che sono convinti di non essere capiti. So già quello che mi avrebbero detto: che faresti se una parte del tuo paese finisse sotto i missili un giorno sì e l’altro pure ? So già che se gli avessi chiesto del cessate il fuoco rigettato mi avrebbero risposto che non vogliono tornare al punto di partenza. So anche quello che mi avrebbero risposto se gli avessi detto delle vittime civili: è Hamas che se ne fa scudo. Ma non mi hanno detto nulla, e sono rimasto lì a guardare loro e i telefonini, mentre dalla skyline di Gaza City si alzava una nuvola densa di fumo nero. <br />
Non sono un fanatico dell’equidistanza – non metterei mai sullo stesso piano Israele, che vuole la cessazione del lancio dei Qassam, e Hamas, che vuole la cancellazione di Israele – ma la distanza mi piace. So come funzionano le agenzie delle Nazioni Unite, da queste parti, e come facciano ormai parte della società civile palestinese, con le loro migliaia di impiegati locali e i funzionari che si sono umanamente assimilati. So come funziona il giornalismo palestinese – non hanno un’ Amira Hass, è un lusso ebraico, la sua indipendenza – e so come funziona la propaganda dell’orrore, ho visto troppi corpi trascinati nei funerali come un trofeo impudico. Ma tutte le barriere che Israele ha posto al nostro lavoro di cronisti, con la ferma gentilezza di chi ti tiene distante, mi sembrano il monumento di una incomunicabilità, eretto da chi sa che non verrà protetto e salvato da noi – né dall’assedio che lo cinge, né dai suoi stessi errori, dalle sue stesse cadute- che dovrà fare da solo, nel proteggere i suoi cittadini. Nel farlo, Israele ha sicuramente messo nel conto l’ondata di proteste internazionali, il prezzo d’immagine da pagare. Probabilmente ha pensato che era il prezzo minore, altrimenti sarebbe continuato tutto come prima. Mi fa male, questa specie di autismo di Israele, perché rivela che ci dà per persi, e dunque si sente perduto, e deve fare da solo. Ma lo capisco, quando penso a come ce la caveremo, fra tre settimane, con la giornata della memoria, e le sue ipocrisie. Ma mi fa peggio che il prezzo pagato sia anche, per Israele, accettare una proporzione inaccettabile tra vittime civili e vittime combattenti. Perché questo, prima che la notizia di questo, rivela una disperazione solitaria. Ed è la distanza peggiore, tra noi accampati sulla collina, su cui adesso sono spuntate le tende ed è stato adottato un cucciolone nero che dorme nelle lunghe borse imbottite dove prima o poi verranno ripiegati i treppiedi, e loro, che non hanno voglia di parlare.</p>
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