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Premiazione alla Carriera a Toni Capuozzo e Pino Scaccia

Sabato 7 novembre si terra’ al Circolo Ufficiali dell’Esercito di Palazzo Salerno, il convegno sul tema “La Sicurezza Stradale nei movimenti delle Forze Armate in Italia e nelle Missioni Internazionali”, presieduto dal Maggior Generale Mario Morelli, Comandante del Comando Logistico Sud.

Durante il convegno sara’ presentato il progetto sull’educazione stradale e guida sicura “Io Guido Sobrio”, promosso dall’Associazione “i Meridiani”, e verra’ consegnata la Targa alla Carriera a Pino Scaccia, inviato speciale del Tg1, ed a Toni Capuozzo, inviato speciale del Tg5. L’evento gode del patrocinio di ANAS e ACI.

November 6, 2009   1 Comment

Open Mind Venerdì a Torino

Domani dalle 15.00  Toni sarà a Torino per un incontro con i giovani a Unione Culturale “Franco Antonicelli” promossa da Open Mind.

October 29, 2009   No Comments

Stasera Terra! ore 23.15

Questa sera torna alle ore 23.15 su Canale 5, Terra! da Montalto di Castro. Stupri e solidarietà (ma non alla vittima, purtroppo)

October 29, 2009   3 Comments

Stasera Riparte Terra! con i suoi dieci anni di attività.

Da stasera 1° ottobre 2009, ogni giovedi’,ore 23.30, su Canale 5, torna ‘Terra!’, il settimanale del Tg5 a cura di Toni Capuozzo e Sandro Provvisionato. Giunto alla decima edizione, ‘Terra!’ conferma la formula di approfondimento di attualita’, dove un tema centrale viene declinato in piu’ servizi a cura degli inviati Marco Corrias, Anna Migotto e Sabina Fedeli.

Sandro Provvisionato, da Tezze sul Brenta (in provincia di Vicenza), documentera’ i pericoli ambientali e umani, di una vecchia azienda galvanica specializzata nella produzione di metalli ed ora abbandonata senza aver subito alcun tipo di bonifica. Tema della puntata saranno, infatti, le varie accezioni del termine veleno. Anna Migotto e Sabina Fedeli in Calabria, racconteranno una delle pratiche piu’ pericolose adottate per smaltire illegalmente i rifiuti tossici: le cosiddette navi dei veleni.

A seguire, Sandro Provvisionato accendera’ nuovamente l’attenzione sul caso di Ilaria Alpi, la giornalista italiana uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994 in circostanze mai chiarite del tutto. L’inviata (colpita a morte insieme all’operatore, Miran Hrovatin) sembrava stesse indagando su di un traffico illegale d’armi e di rifiuti tossici provenienti da alcuni paesi occidentali e diretti in Africa.Marco Corrias, infine, tornera’ a Viareggio per documentare lo stato delle indagini dopo 3 mesi dall’incidente ferroviario che e’ costato la vita a 31 persone, scoprendo che l’inchiesta, al momento, non ha portato ad un solo indagato per la strage della notte del 29 giugno.

October 1, 2009   3 Comments

“Storie in prima linea” ad Ancona

Oggi Pomerggio ad Ancona  ALA BIANCA MOLE VANVITELLIANA  “Storie in prima linea” alle ore 18.00 , incontro con Andrea Angeli (peacekeeper) e Toni Capuozzo (inviato di guerra). L’incontro nasce dalla voglia di raccontare attraverso i racconti e i ricordi di chi l’ha vissuto sulla propria pelle, il dramma della guerra. Andrea Angeli e Toni Capuozzo raccontano il loro punto di vista, se, in una guerra, di punti di vista si può parlare. Andrea Angeli, marchigiano, classe 1956, laurea in Giurisprudenza e in Scienze Politiche, Angeli ha iniziato a lavorare per le Nazioni Unite nel 1987. Nel 2003 era di nuovo in Iraq, testimone della strage di Nassiriya e vittima egli stesso degli attacchi alla sede locale della Cpa (Coalition Provisional Authority) dell’anno successivo. Toni Capuozzo, da anni presente sui più grani scenari di guerra, giornalista che racconta quello che la gente non riesce nemmeno ad immaginare.

September 4, 2009   3 Comments

Il cuore dell’Aquila

Sono stato più volte, negli ultimi giorni, nel centro storico dell’Aquila. Di giorno, o al tramonto, era qualcosa di normale, ci si abitua a tutto. Ci sono gruppi di vigili del fuoco che lavorano, e ho chiacchierato a lungo con uno di loro, mio paesano, impegnato attorno alla chiesa di Santa Giusta. Lì i vigili del fuoco stanno lavorando sugli angoli alti, sull’abside ( i vigili del fuoco usano dei termini ancora più tecnici dei libri di storia dell’arte, e se non te lo indicano con il dito fatichi sempre a capire di che cosa ti stiano parlando) appollaiati su una piattaforma sospesa, retta da un’enorme gru. E questo serve a staccarli dalla parete, nel caso di un’altra scossa. Da dentro la chiesa ha il fascino agghiacciante di un luogo vuoto, impolverato. Ci sono entrato dalla canonica, scostando calcinacci e libri. Nella navata centrale i banchi sono in disordine, spesso rovesciati, e nella luce del tramonto due o tre statue di santi, poggiate a caso tra i banchi, sembravano fedeli impietriti dalla paura e dal dolore. Dall’alto entrava un fascio di luce come in certe chiese gotiche, ma era la luce che fiottava dagli squarci, illuminando la polvere sottilissima che più nessun passo solleva, ma resta sospesa solo per un soffio d’aria. Vengo dal Friuli in cui furono i preti a dire “prima le case, poi le chiese”, e so che un paese non è tale se non ha una chiesa in cui salutare le nascite e dare l’addio a chi se ne va, o anche semplicemente chiacchierare sul sagrato. Ma so anche che una chiesa vuota ha la bellezza surreale e desolata di un angolo di Pompei, di una piramide maya, di un World Trade center. Non so come faranno, a salvare i monumenti senza l’eco delle campane, e lo scalpiccio dei chierichetti, e l’odore dell’incenso, e solo le rondini: ecco, il centro dell’Aquila è un luogo dove ti pare di sentire il fruscio delle rondini e dei colombi, tanto è il silenzio. Sono sceso alla fontana delle 99 cannelle, e non ho voluto contarle. Mi affascinava solo la credenza popolare che la fontana, magica per nascita e per il segreto custodito dal suo costruttore, fosse magicamente scampata al terremoto. Mi affascinava perché so quanto sia importante la ragione, nell’affrontare un terremoto, ma so anche che abbiamo bisogno di miti e di storie, e di abbandonarci al destino e alla sua fatalità, qualche volta. Ebbene, una piastrella è caduta, ma davvero la fontana è intatta, e nessun beccuccio è spento, nonostante non li abbia contati. Nel mio Friuli mi aveva sempre colpito, la storia di sorgenti che dopo il terremoto si spegnevano in un luogo per apparire in un altro, come a testimoniare il brontolio sordo della terra, e la rivincita dell’acqua. Una sera, al tramonto, ho accompagnato il libraio Colacchi nella sua libreria, che si avviava agli ottanta anni di storia. Per chi ama i libri, è una visita dura. E per chi ha nostalgia dei vecchi librai che sanno consigliarti un libro, è ancora più dura. Ma il momento peggiore è stato quando siamo usciti, e il libraio Colacchi ha cominciato a evocare cosa c’era in quel palazzo e cosa in quell’altro, e dov’era il bar, e quanti erano gli studenti di quel liceo. Mi sono venute in mente certe pitture del rinascimento, con città ideali in cui per si affaccia appena un piccolo capannello di persone, quasi vuote. Ancora una volta, era il silenzio a rendere livida persino la luce del tramonto (L’Aquila ha dei tramonti che sembrano marini, e i palazzi diventano pareti dolomitiche, prima del calare del buio). Le uniche voci vengono da un corridoio costretto tra reti metalliche lungo il quale i cittadini possono risalire dalla villa comunale sino a piazza Duomo. Lo percorrono aquilano che vengono a rivedere la loro città, taciturni. E qualche turista che scatta fotografie, ma non riesce a essere ciarliero come lo sono in genere i gruppi di turisti, come per un rispetto alla città morta, in punta di piedi, perché anche i passi fanno rumore, qui. Ma tutto diventa una cosa da blade runner, con il buio, quando anche i vigili cessano il loro lavoro, che spesso consiste nell’aiutare i cittadini a recuperare le loro cose, e tutto si ferma. La luna illumina uno scenario spettrale, e non ho incontrato neppure i randagi dei primi giorni (gli unici animali, oltre agli uccelli, sono forse i topi. Nei vicoli sono state poste trappole topicide, e so che i vigili del fuoco, sempre loro, hanno dovuto svuotare freezer e frigoriferi nauseabondi, per evitare che la città diventasse un relitto pestifero). Al buio sembra davvero di essere non più nel luogo svuotato dalle voci, dall’andirivieni del passeggio serale, dalle urla dei ragazzi e dai giochi dei bambini, ma nella scena raggelata della notte del sei aprile: le macerie fanno paura, le lenzuola con cui qualcuno si è calato di casa sembrano recare come inamidate le impronte di chi è fuggito, e sembra di camminare su quel che resta della fine di un mondo, raggelato nell’istante della fine. Bisogna scendere verso qualche angolo più discosto, dove è cresciuta folta l’erba, per capire che sono passati dei mesi, e che la vita è continuata altrove, appena poche decine di metri più sotto, dove i giovani riempiono il pub – un autobus inglese a due piani- di uno che si chiama Toni, ha girato il mondo in cerca di avventure e ha trovato l’avventura più folle e devastante nel tornare a casa sua, dove supponeva di chiudere in tranquillità. Dopo ogni sera di quelle sere sono tornato nei miei paesini con un’inquietudine dentro, che i racconti di anni lontani, quando l’orecchio sinistro di una volpe veniva pagato trecento lire, a poco a poco calmavano. Era la fine della guerra, i tedeschi scappando avevano lasciato stragi e scii, ma senza racchette. I ragazzi del Gran Sasso scendevano in città con gli scii, usando come racchette i pali delle vigne. Andavano al mattatoio e si facevano dare le frattaglie che non servivano neanche più come interiora. Risalivano e facevano trappole per le volpi, con la stricnina. C’erano troppe volpi, che non facevano male ai raccolti e neanche troppo ai pollai, ma alla selvaggina sì. E così le associazioni dei cacciatori pagavano ogni orecchio sinistro di volpe. I ragazzi tornavano al mattino e trovavano le volpe irrigidite a pochi metri dalle trappole, come ghiacciate dal veleno che le rattrappiva i centri nervosi. E trecento lire valevano qualche pacchetto di sigarette, per i ragazzi che sciavano con scarponi fatti di vecchi pneumatici. A sentirle raccontare tanti anni dopo persino le storie più dure diventano una favola.

August 28, 2009   5 Comments

Giovedì prossimo, ultima puntata della stagione di Terra!, dall’Abruzzo

Giovedì ore 23.20 ultima puntata della stagione di Terra!, dall’Abruzzo non perdetela.

August 23, 2009   No Comments

Stasera ore 23.20 Canale 5 Terra!

Stasera, Canale 5, ore 23.30, il viaggio di Terra! 3° puntata nell’Abbruzzo del terremoto. Non perdetevi il ritratto del pittore Mariani.

August 20, 2009   3 Comments

Abruzzo 2

Stasera, all’aeroporto de L’Aquila, c’è Renzo Arbore, l’altra sera a San Demetrio nei Vestini è venuto Enzo Iacchetti. L’agosto del terremoto ha i suoi appuntamenti come un qualsiasi agosto italiano, e in più reso più prezioso dalla solidarietà, dalla gratuità che fa di questi incontri qualcosa di speciale, irripetibile altrove. Enzo Iacchetti, con il suo gruppo tutto familiare – il fratello, la cognata, il nipote e il figlio- non era lo stesso signor Enzino di Striscia, e Renzo Arbore, che nell’Abruzzo della guerra era sfollato da Foggia, non sarà lo stesso Arbore del teatro di Ostia antica. Nulla è uguale qui, nulla è normale. A settembre o dopo qualche ufficio ci comunicherà le statistiche dei turisti stranieri in Italia, così come le cronache ci raccontano le disavventure degli avventori giapponesi in certi ristoranti. Qui sono diversi sia gli stranieri che i turisti. Metti proprio San Demetrio nei Vestini, accanto al laghetto che rappresentava la spiaggia estiva degli aquilani e che ora, segnato dalle fratture delle rive, è inaccessibile. A San Demetrio molti degli attendati hanno lasciato il campo, andandosi a sistemare accanto a casa o rientrandovi, quando era possibile, e adesso gli italiani, un’ottantina, sono in minoranza rispetto ai macedoni. Ce n’erano molti prima – ben integrati, e nelle cronache del 6 aprile resta scolpita la storia del macedone che per salvare un’altra bambina perse la propria sotto le macerie- e adesso sono addirittura aumentati- centoventi, più degli italiani- , attratti dalle opportunità di lavoro nell’edilizia della ricostruzione, e vorrei ben vedere chi ha il coraggio di allontanarli dalle tende dove hanno trovato la sistemazione che in altra parti d’Italia è costosa sempre e spesso difficile. L’integrazione è messa più a dura prova in ambienti urbani, come nel capoluogo, dove ci sono tendopoli in cui anziani o impiegati vivono tenda a tenda con il tossico o la prostituta compatriota, ma anche con colonie rumene, ucraine, albanesi. Si è molto parlato della tenda “termica” di Paganica, dove possono trovare temporaneo sollievo gli anziani ( molte tende hanno i condizionatori, ma non sempre i campi reggono il funzionamento in contemporanea di tutti i condizionatori accesi)ma si è parlato molto meno della tenda/cella del Campo di Piazza d’Ami, a L’Aquila. Cos’è ? E’ la risposta, imbarazzata ma inevitabile al problema posto dal fatto che c’erano alcuni aquilani agli arresti domiciliari, prima del 6 aprile. E che fare di loro e della legge, dopo ? E’ stata eretta una tenda dove si scontano, per modo di dire, gli arresti domiciliari. E poi ci sono gli stranieri per modo di dire, i figli degli emigrati d’Abruzzo. Sant’Eusanio in Forconese ha più compaesani a Brooklin di quanti siano gli abitanti del comune. Nella tendopoli ai piedi del paese ho incontrato una coppia. Lui belga senza equivoci, lei abruzzese con forte accento francese. Erano venuti a vedere la casa dei genitori. Il padre, che ha fatto il minatore – lei si ricordava, certo, di Marcinelle – non se l’era sentito di scendere al paese ferito. E lei stessa diceva che più della casa dei suoi giochi di vacanze bambine le interessava la sorte del paese tutto. La stessa cosa mi hanno ripetuto abruzzesi dell’Ontario e una coppia di Palm Beach, a Casentino, tutto una storia di fatica e di successo, di feste della Madonna delle Nevi nel Bronx e di cene per raccogliere fondi per l’Abruzzo dei padri. Non sono normali i turisti che il fine settimana tornano a Santo Stefano di Sessanio, ospiti delle camere piuttosto care di un albergo diffuso ma anche di trattorie dove mangi e bevi per dieci euro. Qui il terremoto non ha fatto vittime, ma aperto ferite nei muri a sasso, e coinvolto nell’emergenza borghi risparmiati dal progresso, scenari di film storici, o base logistica per le pubblicità delle automobili, sulle strade verso Campo Imperatore, che sembrano un angolo di Tibet o di Islanda, per come ce li immaginiamo noi. Lì l’altro ieri si è tenuta la fiera ovina che sembrava rubata ai tempi della transumanza (adesso la si fa in camion, i pastori sono quasi tutti macedoni, e il piccolo gioiellino che ornava il collo, come per un pegno, delle donne dei pastori transumanti è stato donato alle first ladies del G8) e che forse ha voluto essere anche un segno di fedeltà al passato. Come le sagre, quella del pane o quella della bistecca. Come le processioni che salgono verso le chiese campestri. Come quel cartello affisso sulla farmacia nella capanna di legno ai margini della mia tendopoli, e che annuncia la chiusura per ferie, l’ultima settimana d’agosto. Ho chiesto al farmacista dove intendesse andare. “Non lo so”, mi ha risposto. Ma chiedere anche solo una settimana gi sembrava un augurio di normalità, un modo per continuare a essere gli stessi di prima, almeno d’estate.

August 9, 2009   No Comments

Abruzzo 1

Per farla breve: ho deciso di trascorrere un mese in Abruzzo. Nessun intento moraleggiante del genere mentre l’Italia è in vacanza stiamo in mezzo ai terremotati. Piuttosto il contrario, una fuga dalle città svuotate e dalle spiagge affollate, e giorni lenti tra i paesi del sisma, nelle tendopoli, tra le sagre paesane e le notti che sembrano tutte notti di San Lorenzo. Niente chiacchiere da ombrellone, niente elenco dei negozi di città chiusi, niente calcio mercato, niente vacanze dei vip, solo il racconto declinato mille volte delle 3 e trentadue, e storie di vite rimescolate e futuri in discussione, e la vita nelle tende: non c ‘è posto più lontano dall’Italia di agosto dell’Abruzzo, in queste settimane, neanche l’Afghanistan delle elezioni, e questo, per chi ama le storie, è una bella storia. La prima cosa che ho imparato, in questi giorni, è che ogni tendopoli è una comunità a sé. Apparentemente si assomigliano tutte, e hanno regole restrittive, che rendono difficile l’ingresso ai giornalisti e alle telecamere. Poi, a ben guardare le tendopoli tutte uguali dei primi giorni sono andate acquisendo un’anima propria, ognuna una comunità a sé stante. Non lo so se si siano andate modellando sull’anima dei paesi che hanno raccolto, o siano il frutto di comunità ricombinate di gente senza casa, volontari e istituzioni diverse, ma ho capito che ognuna fa storia a sé. Quella in cui vivo, in cui hanno ospitato il mio camper e la mia tenda, è una tendopoli non molto grande, ai piedi delle montagne e del paese di Villa Sant’Angelo e delle sue frazioni, a una ventina di chilometri dal capoluogo. E’ un campo gestito dalla Protezione Civile dell’Emilia Romagna, e i volontari, che siano quelli del 118 oppure gli alpini, parlano tutte le sfumature della via Emilia. Tutto è molto ordinato, efficiente, pulito: le docce e i bagni, la cui pulizia è affidata a turno a un gruppo di tende, sono immacolati. La gente è affabile e ospitale, anche se ogni famiglia mantiene una sua riservatezza, che ha come monumento una pianta messa all’estero di ogni tenda: chi ha scelto un oleandro, chi un semplice geranio. Davanti a una tenda c’è parcheggiata una carrozzella da invalido. Un’altra ha poggiata accanto una mountain bike. Accanto a una tenda che sfioro per andare al bagno, la mattina, c’è sempre seduto un giovanotto silenzioso che fuma con accanimento. Nella tenda dietro alla mia c’è un cagnolino che abbaia quando passi, come se fosse casa sua. All’esterno della tendopoli, in un campo dall’altra parte della strada c’è una specie di canile. Ho chiesto quale fosse stato il criterio nello scegliere, e mi hanno risposto che è stata lasciata libera scelta. Chi aveva un cane abituato al giardino di casa ha scelto il canile, chi aveva un cane da salotto se l’è portato in tenda. I quattro del canile, in più, sono cani da tartufo, trattati da re. Poi ci sono i randagi, che qui venivano chiamati, prima, cani di quartiere, perché ogni borgo li sfamava. Per un po’ se ne sono occupate unità zoofile, che hanno anche dato da mangiare ai gatti rimasti soli nel centro storico. Dall’altra parte della strada, nel parcheggio, c’è il camper di una coppia scozzese. Avevano comprato casa a Villa Sant’Angelo lo scorso mese di ottobre. Doveva essere per ora una casa di vacanze. Il marito è un vigile del fuoco in pensione, ma alla moglie manca ancora qualche anno di insegnamento. Il loro sogno era di venirci a vivere, poi. L’avevano scelta dopo aver conosciuto e girovagato la Toscana e l’Umbria, e scoperto infine l’Abruzzo. “Troppi inglesi, lassù – mi hanno detto con fierezza da kilt – e poi qui la gente è semplice, generosa, si sta bene”. Avevano appena iniziato ad arredare la loro casa, di cui conservano poche fotografie. Sono tornati qui a giugno, quando lei ha finito le scuole a Glasgow. Non riescono ancora ad orientarsi nei meandri della ricostruzione, e non sanno se gli spetti o meno qualcosa. “Ma ci sentivamo parte di questa comunità, e non vogliamo lasciarla ora”. Erano stati invitati nella tendopoli, ma hanno preferito un angolo ombroso del parcheggio di fronte. Di giorno il sole è impietoso, e la ghiaia bianca riverbera una luce che rende gli occhi fessure. La notte è fredda e umida, e i momenti migliori, così, sono il primo mattino e il tramonto, cioè i momenti in cui si tengono un’alzabandiera e un’ammainabandiera che non irriterebbero neanche un no global, con qualche alpino che saluta il vessillo, le donne che raccolgono il bucato dai fili tra le tende, gli odori della colazione o della cena che escono dal grande tendone della mensa,e l’aria ingenua e quieta di uno strano villaggio che inizia e chiude le sue giornate. Il nuovo villaggio incomincia a rivelare le sue forme, qualche centinaio di metri più in là. Lo sta costruendo, in un cantiere alacre da dieci ore di lavoro al giorno, la provincia autonoma di Trento. La ricostruzione, quella è un’altra storia. I vigili del fuoco, in paese, stanno mettendo stampelle e imbracature agli edifici pericolanti, e qualche strada è già stata sgomberata dalle macerie. Ma ci vorranno anni, e un lavoro da chirurgo. Dovessi scommettere sul futuro, lo farei solo perché qui c’è un sindaco, Pierluigi Biondi, bravo, giovane, molto determinato. Sono andato l’altro giorno nel paese di Castelnuovo, che campeggiava come dimenticato sulla prima pagina de la Repubblica. Lì le macerie erano intatte, e l’area per le case provvisorie non aveva ancora l’aspetto di un cantiere neppure iniziale. Ma era piuttosto evidente che le responsabilità, più che l’oblio degli organi centrali, stava nell’indecisione del sindaco, sopraffatto dall’emergenza, e combattuto tra gradi diversi di danni nelle tante frazioni del capoluogo. Così, l’unica cosa autentica del reportage dal terremoto dimenticato del buon Jenner Meletti era la figura dell’ottantenne che se ne era tornato a casa, abbandonando la tendopoli. Ci ho parlato, con il vecchio Sabbatino, e la cosa più bella della sua caparbietà era il fatto che gli dispiaceva di far notizia, e di creare problemi, da buon vecchio poliziotto che vuol morire in casa sua, in punta di piedi. Ma, erettolo a simbolo, s’erano scordati di citarne la professione.

August 1, 2009   No Comments